mapi_littleowl: (Tony & Steve)
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I.

Jack chiuse gli occhi, espirò dal naso e si passò una mano sulla fronte sudata. Si reggeva in piedi a malapena; un grosso taglio che gli squarciava il fianco era tenuto insieme da una bendaggio fatto alla buona e la vista cominciava a offuscarsi sempre più spesso – ancora poco, e avrebbe perduto i sensi, ma si fece forza, si biasimò per la propria esitazione e, il viso tirato, entrò nelle Case di Guarigione.

Quando apparve, tutti gli occhi si puntarono su di lui. La battaglia era stata estenuante ed era costata loro centinaia di vite umane e più del doppio dei feriti, alcuni dei quali già potevano vedere, nei loro deliri indotti dalla vicinanza con la morte le bianche spiagge dell'altro regno.

Jack, dal canto suo, avrebbe fatto tutto il possibile per salvare quanti più poteva. Una donna si gettò ai suoi piedi per pregarlo per l proprio figlio e Jack le afferrò le spalle, aiutandola ad alzarsi. Conosceva quella donna e conosceva il giovane uomo di cui era madre, un guerriero coraggioso che aveva dato tutto – più il braccio destro – per sconfiggere l'oscurità e salvare il Regno degli Uomini e, insieme ad esso, tutta quanta la Terra di Mezzo.

"Vostro figlio vivrà," promise, serio, e la donna gli strinse le dita nelle proprie, baciò il suo anello, le sue nocche rosse e incrostate di sangue. Le mani del Re sono mani di guaritore. Jack ripeté questa frase nella mente mentre accompagnava la donna dove giaceva suo figlio, trovandolo serenamente addormentato.

Il suo colorito era migliore e la ferita si stava rimarginando meglio di quanto chiunque avrebbe avuto diritto di sperare. Jack lo disse alla donna e questa pianse, baciandogli di nuovo le mani, ringraziandolo nonostante Jack avesse fatto ben poco per lei e per suo figlio.

Con forse meno delicatezza di quanto avrebbe dovuto si congedò da quelle lacrime di gratitudine e, gli occhi bassi e le orecchie disattente, prese a vagare tra i letti dei feriti, fermandosi di quando in quando ogni qual volta un paziente avesse bisogno di lui o desiderasse anche solo stringergli la mano.

Jack non aveva mai saputo bene cosa farsene, della gratitudine degli altri, e ancora meno lo sapeva ora. Gran parte del lavoro era stato fatto dai Guaritori che operavano nelle Case; Jack aveva solo dato una mano, aveva solo usato la sua conoscenza e il suo potere ogni qual volta la medicina usata dagli uomini raggiungeva il suo limite e occorreva qualcosa di più profondo per strappare all'oscurità la mente di un ferito – ma questi erano i suoi doveri. Nessuno gli doveva gratitudine per fare ciò che si sarebbe aspettato da lui.

La ferita gli bruciava terribilmente. Lanciò un'occhiata al fianco per assicurarsi che la tunica che indossava non si fosse macchiata di sangue e sbatté le palpebre nell'accorgersi che la stoffa così bianca e impalpabile quando l'aveva indossata era ora nera, grigia e rossa per la polvere e il sangue incrostato – suo e dei pazienti al cui capezzale si era accostato. Le sue mani, notò, erano ridotte nel medesimo stato.

Sforzando le sue gambe a muoversi, uscì all'aperto. Il grande cortile era illuminato dal sole che, pallido, aveva ricominciato a risplendere sulle terre degli Uomini; Jack attraversò il cortile a grandi falcate, ignorando il profumo dell'erba bagnata di rugiada, e quando ne ebbe raggiunto l'estremità più lontana dalle Case di Guarigione si sedette in un angolo accanto ad una pozza d'acqua pura.

Si sciacquò le mani per eliminare il sangue e la polvere e poi tolse la tunica con delicatezza per evitare che entrasse troppo in contatto con la ferita; appoggiò da parte l'indumento prima di cominciare a disfare le bende rozze che aveva avvolto attorno al proprio corpo. La lama che l'aveva infilzato si era fatta rozzamente largo nella sua armatura e aveva lasciato un taglio seghettato che faticava a richiudersi. Jack si morse il labbro inferiore e, da una tasca dei calzoni, estrasse un ago e del filo.

Un'ombra esile si stagliò contro il sole e Jack sbatté le palpebre un paio di volte prima di sollevare gli occhi, un vago sorriso sulle labbra.

"Kate."

L'Elfa era apparsa senza far alcun rumore, senza smuovere nemmeno un sassolino nel selciato, e se Jack non avesse tenuto gli occhi fissi su di lei nemmeno il fruscio dell'aria avrebbe tradito il suo spostamento quando Kate si inginocchiò accanto a lui.

Istintivamente Jack lasciò cadere ago e filo sul proprio ginocchio e sollevò le mani verso il viso di lei. Posò le sue dita sulle sue guance e studiò i suoi lineamenti finissimi alla ricerca di un taglio o una ferita sulla sua pelle immacolata.

Quando non ne trovò, aggrottò le sopracciglia e incontrò i suoi occhi. Lei sorrise. "Sto bene, Jack."

"Che cosa fai qui?"

"Ho visto James," disse a voce bassa, e Jack tolse le mani dal suo viso, ritirandosele in grembo. "Sta molto meglio," continuò lei, gli occhi bassi sul terreno. "Ero con lui quando è stato ferito fuori dalle mura di Minas Tirith, e al tempo credevo che fosse spacciato. Ma tu sei riuscito a curarlo."

"Hanno fatto tutto i Guaritori."

Il sorriso di Kate si fece triste. "L'oscurità che ho visto allora in fondo al suo sguardo non è qualcosa che la normale medicina umana avrebbe potuto cancellare. Quella è stata opera tua."

Jack annuì e distolse per un momento lo sguardo. La ferita sul suo fianco pulsava dolorosamente, ma non riusciva a trovare la forza o la volontà di riprendere ago e filo e dedicarsi a medicare il proprio male. Non quando la presenza di Kate aleggiava così vicino alla sua coscienza.

"Grazie, Jack."

"Non mi devi alcun ringraziamento."

Kate posò una mano sulla sua gamba e, prima che lui potesse fermarla, si impadronì dell'ago e del filo. "Lascia che ti aiuti."

"Non è necessario."

"Insisto," la voce di Kate era una melodia che Jack non si sarebbe mai stancato di ascoltare. Con mani gentili ed esperte l'Elfa prese a ricucirgli la ferita, dopo che l'ebbe sciacquata e disinfettata con un liquido alcolico che teneva nella borraccia appesa alla cintura.

"Tu non hai mai paura," sussurrò, mentre continuava con il suo lavoro. "Io, invece, ne ho avuta molta. Quando ho sentito il rombo nella terra, quando ho visto il cielo farsi scuro e l'ombra di Mordor allungarsi fino a ricoprire tutta quanta la Terra di Mezzo ho disperato. Sarei partita con i miei fratelli per i Porti Grigi se non avessi visto."

Jack deglutì. La ferita faceva male ma, in qualche modo, la voce di Kate era come un balsamo sulla sua anima prostrata. "Che cosa hai visto?"

"Una luce. Una luce proveniente da Sud che, in qualche modo, è riuscita ad accendere una luce anche dentro di me. Sarei stata perduta, se non fosse stato per te."

"Kate."

"Mi hai chiesto perché fossi venuta, prima" disse lei, infilando l'ago nella pelle e facendo scorrere il sottile filo nero fino a che i lembi rossi non combaciassero di nuovo. "Sono venuta per dirti questo. Sono venuta per vederti. E per ringraziarti."

Jack rispose con un sibilo di dolore e scosse il capo. Di tanto in tanto torceva il collo per guardare a che punto fosse il lavoro di Kate, e apriva la bocca quasi volesse interromperla e continuare a ricucirsi da solo – non perché non la volesse vicina, ma perché l'idea che ci fosse qualcuno a curarsi di lui gli era sempre stata estranea.

"Quando partirai?"

La voce di Jack tradiva la sua ansia. Kate finì il suo lavoro e poi, con delicatezza, tagliò il filo. L'attenzione dei due fu subito attratta dalla ferita e dopo un rapido esame entrambi furono soddisfatti e Kate aiutò Jack a infilarsi sulle spalle la tunica.

Per un momento lei rimase a guardarlo come se non sapesse cosa dire, i grandi occhi verdi che illuminavano il suo volto ricoperto di lentiggini. Kate sollevò la mano e la posò sul viso di lui, accarezzò le guance ruvide, la fronte aggrottata, le palpebre pesanti.

"Non è detto che debba partire."

"La tua gente se ne sta andando."

"Forse non voglio partire," rettificò Kate.

I loro occhi si incontrarono di nuovo. Erano entrambi stanchi, e tutta la vecchiaia di quelle due anime per un momento si riflesse sui loro visi in quel giardino dove l'unico suono era quello dell'acqua che spillava dalla fonte e il sussurro gentile del vento.

Jack prese una mano di Kate nelle sue. Le dita dell'Elfa erano ancora macchiate del suo sangue; studiò i suoi polpastrelli, il palmo, il polso sottile, e lei sorrise sotto la sua indagine, un sorriso mesto e caldo e commosso.

Jack sospirò. "Non posso chiederti di restare."

"Non me lo stai chiedendo."

"Kate…"

"Jack." L'Elfa sottrasse la mano dalla sua presa, si inginocchiò davanti a lui e premette la fronte contro quella di lui. Il suo respiro si calmò. "Sono fuggita troppe volte. Per troppo tempo ho voltato il capo fingendo di non vedere che cosa dovessi fare – che cosa fosse giusto fare."

"Ma ora sei qui."

"E come prima cosa tu vuoi che io vada via con la mia gente."

Jack si leccò le labbra. "Voglio che tu stia al sicuro."

"Lo so."

Jack si leccò le labbra. "Perché sei qui, Kate?"

L'Elfa gli prese il viso con entrambe le mani e lo guardò negli occhi, le labbra che tremavano leggermente. "Per restare."

Jack si rilassò, premette la guancia contro il suo palmo, contro la pelle soffice e calda mentre una lacrima gli sfuggiva dalle palpebre chiuse. Kate la cancellò con il pollice.

"Ti ho detto una volta che ero con te. Che lo sarei stata sempre. Te lo ricordi?"

"Sì. Me lo ricordo."

"È vero anche adesso."

Jack si leccò le labbra da cui stava scappando una risata mista ad un sospiro, gli occhi volti al cielo. "Con me."

"Con te. Se lo vuoi."

"Devi saperlo che lo voglio più di ogni altra cosa al mondo."

Kate sorrise e si cinse il collo con le braccia mentre lui affondava il naso nei suoi capelli castani e fluenti. A prima vista sembrava che la battaglia appena trascorsa non avesse lasciato nessuna traccia su di lei, ma vi era qualcosa di spento nella luce del suo sguardo, qualcosa di doloroso nei movimenti delle sue mani, qualcosa di pesante nell'ombra emessa da quel corpo sottile ed efebico.

Kate si strinse a lui quasi a volergli togliere il fiato, come se non appena lo avesse lasciato andare lui sarebbe svanito in una nuvola di fumo – Jack conosceva bene quella sensazione, l'aveva provata anni e anni prima, quando per la prima volta le aveva chiesto di restare e lei, una ferita sanguinante nello sguardo, gli era scivolata dalle braccia come una folata di vento.

Strano come tutto poteva cambiare nell'arco di un respiro.

"Allora resterò."

Jack sorrise. Le avrebbe detto "Ti amo", glielo avrebbe detto in tutte le lingue della Terra di Mezzo. Ma per il momento poteva aspettare, pensò, mentre la bocca di lei si posava sulla sua. Ci sarebbe stato, in futuro, tempo per dirglielo nei modi più appropriati.

Ci sarebbe stato tempo per ogni cosa.


II.

James si alzò dal letto. Erano passati quasi venti giorni dalla battaglia alle porte di Minas Tirith, e lui solamente adesso riusciva ad alzarsi e a muoversi come voleva. Altri soldati si erano già rimessi prima di lui, molti ancora lottavano contro le ferite. Alcuni, purtroppo, non avrebbero mai più rivisto la luce del giorno.

Tutto sommato, si disse mentre raddrizzava i suoi abiti freschi di bucato, lui era stato tra i fortunati. Il pensiero corse immediatamente a Kate. Da quando le aveva parlato, tre o quattro giorni fa, aveva cominciato a vederla spesso alle Case di Guarigione, serena e sorridente nel tendere una mano a un malato o per afferrare quella di Jack. James sorrise. Sembrava che ogni giorno di più le nubi che avevano oscurato il futuro della Terra di Mezzo si stessero diradando per mostrare a tutti un futuro radioso - e forse era giunto il momento anche per lui di trovare il suo.

Attraversò le grandi stanze dalle colonne di granito con il passo fermo e gli occhi sempre rivolti in avanti. Dovette appoggiarsi al muro mentre arrancava per le scale, ma quando finalmente uscì nella fresca aria del mattino gli sembrò che la sua fatica di poco prima non fosse mai esistita, che non fosse mai esistito alcun dolore.

Juliet era là.

In piedi al limitare delle grandi mura, i capelli biondi che venivano sollevati da ogni folata di vento, un abito bianco che accarezzava dolcemente le sue forme; da dove si trovava James non poteva vedere il suo viso, ma immaginava l'espressione seria negli occhi azzurri, la piega triste delle sue labbra, le guance arrossate per via del sole e dell'aria che le carezzavano il viso.

Per un momento, James non parlò. Voleva imprimersi l'immagine di lei nella mente, mentre il vento trasportava fino a lui il suo profumo. Sapeva che Juliet aveva passato tutta la notte a curarsi dei feriti, e aveva visto il suo volto in lacrime quando un giovane ragazzo dai lineamenti gentili era spirato tra le sue braccia - per questo lei era qui, ora, e non giù in mezzo ai suoi pazienti.

James avrebbe voluto stringerla a sé così tanto che gli facevano male le braccia.

"Juliet?" Sussurrò, e la donna sobbalzò, si voltò nella direzione della sua voce e, quando lo vide, sorrise. Era un sorriso triste, ma sincero, e James non avrebbe potuto chiedere di più.

"Cosa fai qui?" gli chiese, allungando una mano nella sua direzione. Lui lasciò il sostegno del muro e avanzò verso di lei fino a che non intrecciò le dita a quelle sottili e bianche di lei. Juliet lo guardò con dolcezza mista a quel suo cipiglio che James tanto amava veder brillare nel fondo dei suoi occhi. "Non ti sei ancora rimesso del tutto, devi riposare."

"La mia guaritrice preferita non era da nessuna parte, e non posso ristabilirmi completamente se non è lei a prendersi cura di me."

Un guizzò brillò sul fondo dello sguardo di lei. "Oh? Questo è un problema. Hai bisogno che ti aiuti a cercarla?"

James sollevò gli occhi al cielo. "Non prendermi in giro."

"Hai cominciato tu."

"No." E la sua voce parve farsi improvvisamente molto più profonda. "Io ero serio."

Juliet esitò un momento e poi sollevò una mano e gli scostò una ciocca di capelli biondi dal viso. "Non saresti dovuto venire fin quassù. Stavo comunque per scendere."

James spostò lo sguardo oltre la balaustra, dove il cielo si apriva su un panorama che scorreva via dallo sguardo fino a perdita d'occhio. La grande pianura si dissolveva nella foresta e, in lontananza, si poteva distinguere il profilo di un'alta catena montuosa. Le nuvole bianche macchiavano un cielo che cominciava a tingersi di un azzurro intenso.

Tutt'intorno a loro si respirava soltanto calma. C'era, sul fondo dei loro cuori, una macchia pesante e silenziosa, ma invece che sentirla spandersi dentro di lui James aveva come l'impressione che, poco a poco, si stesse ritirando per lasciare spazio, finalmente, alla luce.

E ai suoi occhi non c'era luce più brillante di quella emanata dalla donna che stava ora in piedi al suo fianco.

Sentì la mano di Juliet agitarsi nella sua e voltò nuovamente il capo nella sua direzione. Anche lei stava guardando in avanti, ma il suo sguardo sembrava fissarsi su un punto solo, invece che assorbire l'enormità di ciò che aveva di fronte. James sentì una fitta al petto al pensiero che l'oscurità che dentro di lui stava scomparendo ancora albergasse il cuore di quella donna.

"Quando ti sarai rimesso tornerai ad Edoras."

James sbatté le palpebre. Non era una domanda, ma James rispose lo stesso: "Presto è relativo. Ci sono ancora parecchie cose in sospeso qui. Ma dopo l'incoronazione del nuovo Re di Gondor e il suo matrimonio, certo, torneremo a casa nostra."

Juliet sobbalzò a quel plurale, e per un momento fu tentata di chiedergli se si riferisse ai guerrieri di Rohan che insieme a lui avevano combattuto contro le forze di Mordor o se, invece, stesse parlando di lei. La domanda veleggiò sulle sue labbra, ma rimase un sospirò muto nel vento. Invece, disse: "Sono lieta che Jack abbia finalmente accettato di prendere il posto che gli spetta insieme alla donna che ama."

"Già."

Juliet esitò un momento. Poi disse: "Ieri gli ho parlato. Abbiamo discusso di molte cose, e lui mi ha detto che se lo desidero, questa potrebbe diventare la mia casa."

James sollevò entrambe le sopracciglia per la sorpresa e deglutì. "E tu cosa gli hai detto?"

"Che era un'offerta molto generosa, e che era da sempre mio desiderio votare la mia vita a salvare quella delle altre persone. Gli ho detto che ci avrei pensato, e lui ha aggiunto che queste porte rimarranno sempre aperte per me."

James annuì. "Quindi è per questo che sei venuta ad isolarti fin quassù? Per pensare alla sua offerta?"

"Anche."

Di nuovo cadde il silenzio tra loro. James strinse le labbra in una linea sottile. Rafforzò la presa che aveva sulla sua mano mentre si diceva che nel nuovo mondo che si stava andando a formare non poteva esserci spazio per il vile egoismo. Sospirò. "Ti renderebbe felice?"

Juliet si voltò a guardarlo. "Che cosa?" Chiese.

"Rimanere qui. Vivere a Gondor e prenderti cura dei malati in queste Case di Guarigione. Questo ti renderebbe felice?"

"Si avvicina molto a ciò che ho sempre desiderato essere per tutta la mia vita. Credo che riuscirei ad essere felice."

James si leccò le labbra. "Juliet..."

"Che cosa renderebbe felice te?"

I loro occhi si incontrarono di nuovo. James sollevò la mano per accarezzarle il viso e lei posò la propria con gentilezza sul polso di lui. Lo sguardo di James scivolò sul suo viso, le sue labbra, la piega del suo collo, i suoi capelli dorati di cui poteva così distintamente sentire il profumo - era il profumo di una vita senza guerre, il profumo di una casa accogliente e di lunghe mattine passate ad accarezzarsi sotto le lenzuola, di cibo delizioso venuto non dalle cucine del Re ma direttamente dalla terra, il profumo del vociare di bambini sotto gli occhi luminosi e chiari della donna che aveva accettato di dividere con lui la propria vita.

"Lo sai cosa mi renderebbe felice."

Juliet si irrigidì e per un momento distolse lo sguardo. "James," sussurrò dolcemente, "ci abbiamo già provato. Questo non è quello che vuoi."

James posò entrambe le mani sulle sue spalle, ma con dolcezza, così che se lei avesse voluto si sarebbe potuta facilmente sottrarre al suo tocco. Juliet rimase dov'era, tiepida sotto le sue mani, e lui disse: "Quello era un altro tempo, un'altra vita. Allora c'era un'ombra su tutti noi, e lo spettro di un'altra donna a offuscare la mia mente."

"James." Lui non aveva mai sentito il proprio nome pronunciato con quella tenerezza e con quel dolore, e si disse che più di ogni altra cosa al mondo avrebbe voluto cancellare ogni traccia di sofferenza da quel viso, quelle mani e quella voce.

"Ma i tempi sono cambiati. Ora splende il sole e io vedo chiaramente, so distinguere ciò che è stato un sogno e un'ossessione da ciò che è vero e ciò che voglio. Juliet, è te che voglio. Non perché non posso avere di più, ma perché non c'è di più che io possa desiderare. Sei il culmine dei miei pensieri - e non posso offrirti una vita pari a quella che vivresti qui alla corte di Gondor, ma ti faccio lo stesso la mia offerta: torna ad Edoras con me. Diventa mia moglie. Non ti chiedo di ricominciare da dove ci siamo interrotti. Ti chiedo di ritornare al principio, perché ora è con solo te nella mente che ti dico che ti amo."

"James. James."

"E se mi ami anche tu, solo un poco - se quello che ti ho descritto si avvicina a ciò che anche tu desideri, vieni via con me. Vieni a prenderti cura della nostra gente come hai sempre fatto, se lo vuoi."

Juliet gli posò le mani sul petto e poi si strinse a lui, si aggrappò alla sua tunica mentre James ricambiava il suo abbraccio e lasciava dei baci sui suoi capelli. Sopra di loro il cielo brillava di un azzurro intenso e per un momento Juliet si sentì così leggera che temette che il vento potesse portarla via. Ma le braccia di James l'ancoravano a terra, e in un momento di lucidità dopo lo stordimento lei si rese conto con chiarezza che quella era la realtà.

Juliet si liberò lentamente dal suo abbraccio e sollevò gli occhi verso di lui. Il viso di James era contratto in attesa della sua risposta, e Juliet poteva vedere talmente tanto amore e talmente tanta devozione nel suo sguardo che per poco non le vennero le lacrime agli occhi.

James le aveva già detto di amarla, in passato, ma questa volta era diverso. L'altra volta il suo sguardo, come il suo cuore, erano lontani, le sue parole un'eco che risuonava vuota contro la roccia nuda di un petto che anelava avere qualcun altro stretto a sé. Questa volta era diverso. Questa volta James era lì, corpo, mente e anima. Questa volta le sue parole erano solo per le orecchie di lei. Questa volta era sincero ed era impossibile non vederlo.

Juliet annuì. "Sì. Sì, lo voglio. Torniamo ad Edoras insieme."

James rise e l'abbracciò di nuovo, la strinse a sé, la fece volteggiare nel suo abbraccio nonostante Juliet, tra le risa, cercasse di ricordargli che era ancora ferito e non doveva fare sforzi. Juliet gli accarezzò il viso, quel viso che aveva temuto di non poter rivedere mai più, che mai sarebbe stato suo, e con il fiato corto per l'emozione e la gioia che traboccava, disse: "Baciami, James."

Lui sorrise. "Puoi contarci, Biondina."

E per la prima volta dopo troppo tempo posò le labbra sulle sue - e per la prima volta da tanti anni Juliet si perse in quel bacio che era lei, per lei, e che apparteneva soltanto a loro e al cielo che chiaro e silenzioso faceva loro da testimone.


III.

Charlie inspirò dalla sua pipa ed espirò una volata di fumo grigio che piroettò davanti al suo naso prima di disperdersi nel cielo. Il tempo si era mantenuto eccellente durante tutto il viaggio di ritorno da Gondor, e nonostante la voglia di tornare a casa fosse tanta - lui era e restava, dopotutto, un Hobbit, e gli Hobbit amano poche cose al mondo come il loro buco e la loro dispensa - portava i pony del suo carretto ad un passo leggero, godendosi l'ambiente che lo circondava.

Mano a mano che si avvicinava a Hobbiton a tappe leggere la campagna diventava sempre più familiare, del tutto diversa dalle costruzioni maesotse e dai paesaggi dove l'occhio non riusciva a raggiungere l'orizzonte che aveva visto a Rohan o Gondor.

Se n'era andato subito dopo il matrimonio e l'incoronazione. Era stato bello vedere i suoi amici e compagni trovare la loro strada accanto alla persona che amavano, ma questo gli aveva fatto aumentare ancora di più la sua nostalgia. Aveva voglia di rivedere la sua campagna, aveva voglia di rivedere la sua casa e, soprattutto, aveva voglia di vedere Claire.

Un caso straordinario, il suo, almeno per una Hobbit: madre di un solo piccino che cresceva da sola, e graziosa quanto poteva esserlo, aveva sempre e testardamente rifiutato aiuti da chicchessia - doveva esserci una storia sotto, ma Charlie non la sapeva né, a questo punto, molto gli importava.

Lui si era affezionato a lei fin dal primo istante in cui l'aveva vista seduta su una panca sotto portico della sua tana Hobbit con quel fagottino di bimbo in braccio, e sebbene ci fosse voluto del tempo, anche Claire si era affezionata a lui. Prima di partire, le aveva chiesto perfino di sposarlo, ma non aveva ottenuto risposta.

Forse era anche per questo che, nonostante morisse dalla voglia di ritornare nel luogo in cui era nato e cresciuto, stava procedendo così con calma. Se dopo tutto quello che aveva visto e sentito, dopo il dolore e la paura e l'angoscia e l'aver toccato con mano ciò che di più oscuro e terribile vi era nel mondo lui fosse tornato solo per sentire che Claire non intendeva sposarlo o, peggio, che si era già sposata con un altro, non avrebbe potuto sopportarlo.

Certo, non si sarebbe mai sognato di mettersi tra Claire e la sua felicità, ma dopo tutto quello che aveva passato il suo cuore non aveva bisogno di un'altra sconfitta.

Inspirò dalla sua pipa. Il carretto dondolava sulla stradina sassosa e lui si accorse che, mentre era immerso nei suoi pensieri, aveva abbandonato l'aperta campagna e il panorama ora gli offriva un saliscendi di piccole collinette tutte adornate da una porticina rossa, verde o gialla che si apriva dietro alle finistaccionate in legno. Gli alberi erano in frutto e qua e là si potevano vedere gruppi di due o tre Hobbit che cercavano di impossessarsi dei frutti in cima ai grandi rami.

Charlie sorrise e sventolò la pipa in aria quando qualcuno gli rivolgeva un saluto cordiale - la sua casa era più a valle, e lui era poco conosciuto in quella zona, perciò era difficile credere che qualcuno di quegli Hobbit che gli auguravano così serenamente di passare una buona giornata poteva anche solo immaginare che razza di terribile viaggio aveva affrontato.

Ad un certo punto Charlie si fermò a far riposare i pony e anche lui si concesse un buon boccale di birra deliziosa prima di riprendere la strada. Mano a mano che si avvicinava sentiva la gioia del ritorno e l'ansia crescere di pari passo nel suo cuore, perciò spronava i pony al trotto quando era sulla strada ma tergiversava nelle locande ed era sempre l'ultimo cliente che si alzava dal tavolo della seconda colazione.

Ma il viaggio, anche lui lo sapeva, non poteva durare in eterno. E infatti, nonostante i patemi e i ripensamenti, e le notti passate a rigirarsi nel letto, ben pesto vide chiaramente, svoltata una piccola curva dove la strada seguiva dolcemente il profilo delle colline, la sua buona, vecchia tana Hobbit.

Charlie strinse le labbra in una linea sottile e pianse. Le lacrime gli scendevano copiose dalle guance e gli osciravano la vista quando lui stallò i pony e, con passo malfermò, superava la sua staccionata e il suo giardino per raggiungere la sua porticina gialla.

Accarezzò il legno impolverato con tutta la mano, più e più volte, le lacrime che non volevano cessare. Pianse quando rigirò la chiave nella toppa, pianse quando il profumo della sua casa - così estraneo e familiare al tempo stesso - lo avvolse, pianse quando si sedette al vecchio scrittoio che gl iaveva regalato suo fratello e pianse nell'addormentarsi lì, senza neanche una coperta sulle spalle o una cena nello stomaco, e dopo mesi e mesi fu la più beata, rilassante dormita che ebbe mai fatto.

Quando si svegliò era mattina fatta. Il sole entrava dolcemente dalla finestra dello studio, e un aroma di uova e prosciutto permeava l'aria assieme al fischio della teiera e il rumore di piedini che correvano su e giù per il parquet. Charlie sorrise, beandosi di quel senso di domesticità fino a che non si rese conto di essere ben sveglio, che quella era la realtà e che doveva esserci qualcuno che cucinava uova e prosciutto nella sua cucina. In più, qualcuno gli aveva messo sulle spalle la sua calda vestaglia da camera.

Svelto come ogni Hobbit quando desidera esserlo scattò in piedi e si accostò alla porta dell'altra stanza, dove rimase immobile con la bocca aperta e gli occhi che gl ifacevano un gran male per tutto il piangere che aveva fatto.

Claire era lì. Aveva indosso un grembiule a fiori e i suoi capelli erano raccolti sulla nuca mentre rigirava le uova nella padella e dolcemente diceva ad Aaron, il suo bambino, che la colazione era quasi pronta e di correre a lavarsi le mani e la faccia. Quando sollevò gli occhi e vide Charlie arrossì un poco, ma sulle labbra era disegnato un sorriso.

"Buongiorno," disse, e scioccamente Charlie rispose: "Buongiorno," come se tutto quello fosse normale. Claire si morse un labbro e si scusò per aver invaso la sua casa: "Quando ho visto che eri tornato, ho pensato potessi aver bisogno di un piccolo aiuto."

Come trascinato dal suono delle sue parole Charlie annuì e si sedette al tavolo, ancora frastornato da tutto quello che stava succedendo.

Claire gli servì il tè. "Come è andato il viaggio?"

Charlie bevve la sua tazza. Per un momento le angosce e gli orrori si impadronirono della sua memoria, lasciandolo perso in un limbo gelido e buio, ma quando sollevò gli occhi e incontrò il viso di lei anche il cielo nella sua mente parve rasserenarsi, e lui semplicemente rispose: "Cose da pazzi. Da scriverci un libro." Poi esitò in silenzio e si corresse: "Non un libro, un poema. Da cantarlo per i secoli e i secoli a venire."

Claire sorrise, e dopo aver dato la colazione ad Aaron si sedette al tavolo accanto a Charlie. Sembrava che il suo solo interesse fosse guardarlo mangiare e lui l'accontentò: divorò un primo piatto di uova e prosciutto, e insieme al tè si fece portare anche una fetta di torta e un po' di formaggio.

Quando ebbe terminato il pasto si posò le mani sullo stomaco e disse: "Mai stato meglio di così." E lo intendeva. Claire annuì e gli prese la mano nelle sue, mettendosi ad accarezzargli le dita.

Charlie la guardò, le sue guance rosee, i capelli dorati, le labbra piene, il viso più bello e dolce che avesse mai visto. "Sono felice che tu sia qui," mormorò, e Claire annuì.

"Anch'io." Poi, rossa in viso, aggiunse: "Avevo tanta paura, non vedendoti tornare. Ma ora sei qui. Ora è tutto a posto."

"Vorrei che tu restassi."

Claire aprì le labbra per rispondere, ma nessuna parola ne uscì. Si sentiva soltanto il vociare del suo bambino nell'altra stanza. Claire inspirò a fondo, poi disse: "Anche io vorrei restare," e non fece in tempo a finire la frase che Charlie l'abbracciò, ridendo e piangendo come un bambino. Anche Claire pianse quando ricambiò il suo abbraccio, e Charlie sospirò.

"Ora sono veramente a casa," disse.
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