mapi_littleowl: (Tony & Steve)
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La mattina era una mattina come tante – il cielo passabilmente sgombro di nuvole, il sole brillante e quel venticello frizzante che era un piacere sentire sul viso e sulle braccia – e come molte mattine simili a quella il parco era pieno di gente che, al colmo dell'originalità, aveva pensato di approfittarsi di quella bella gornata per farsi una corsetta o una passeggiata con il cane o soltanto sedersi su una panchina all'ombra di un grande albero per leggersi un buon libro.

Il Cupido – lui preferiva farsi chiamare Clint – sbadigliò. Tipico. Era tutto tipico con gli umani; tolti uno o due casi ogni secolo o tre quella gente faceva sempre tutto secondo copione e in molti casi scivolava dalla culla alla tomba quasi senza rendersi conto di aver vissuto.

Se non fosse stato per lui, e per quelli come lui, l'umanità non sarebbe stata dissimile da un branco di stupide pecore che conoscono solo la strada da e per l'ovile. Dovevano solo essergli grati, quindi, che in una mattina banale come quella, lui si fosse appostato sul ramo più alto del più alto albero del parco e, arco alla mano, si teneva pronto a scoccare le sue frecce e a rendere la monotona giornata di qualcuno un po' meno monotona.

A differenza di quello che gli umani pensavano – e gli umani la pensavano in modo sbagliato su molte, molte cose – i Cupidi non erano dei bambocci grassottelli che svolazzavano con le chiappe rosee al vento e le guanciotte così rosse da farsele pizzicare. Lui di certo non lo era. Clint si vantava di essere uno dei Cupidi più sexy della Guarnigione, con i suoi capelli biondi, gli occhi azzurri e quel corpo perfettamente proporzionato e muscoloso che avrebbe fatto invidia alle più acclamate celebrità umane. Indossava dei sandali rifiniti con oro purissimo e una tunica bianca stretta in vita da una cintura d'oro anch'essa; sulle spalle portava la sua inseparabile faretra piena di frecce dalla punta scarlatta.

Qualche volta era un peccato che gli umani, con i loro sensi così poco sviluppati, non potessero vederlo. Almeno avrebbero avuto qualcosa di davvero eccitante su cui parlare, altro che Justin Bieber. Solo gli animali, qualche volta, potevano percepire la sua presenza, il che era un bene, così quegli stupidi, rumorosi scoiattoli sarebbero andati a farsi il nido altrove mentre lui cercava di concentrarsi.

Clint fece roteare le spalle, l'occhio vigile e le braccia tese. Lui aveva il suo modo per fare il lavoro. Molti di loro si limitavano a scoccare una freccia, colpire il bersaglio, guardarlo innamorarsi della prima persona su cui posava lo sguardo e, se la combinazione li aggradava, scoccare una seconda freccia per chiudere la faccenda.

Loro dicevano che era più divertente. Clint li trovava solamente pigri. Se due umani dovevano innamorarsi, meglio che lo facessero nello stesso momento. Certo, riuscire a scoccare due freccie che contemporaneamente colpissero i bersagli era difficile, ma Clint non era il miglior arcere della Guarnigione per niente. E poi, se non ci si metteva un po' di rischio, dove stava il divertimento?

Come adesso, ad esempio. Clint aveva già deciso chi sarebbero stati i suoi prossimi bersagli e, pazientemente, con due frecce strette tra le dita, aspettava. Entrambi i suoi obiettivi stavano, in quel momento, percorrendo le sponde del laghetto che si trovava esattamente nel centro del parco, in direzioni opposte. Uno dei due stava correndo, da solo, il ritmo serrato, il respiro regolare, mentre l'altro stava camminando con un bicchiere di Starbucks in mano e in compagnia della sua segretaria e del suo autista-barra-guardia-del-corpo.

Il punto era colpirli entrambi, nello stesso momento, nell'istante in cui si sarebbero incrociati davanti a lui, senza commettere errori. Ci voleva pazienza e abilità e Clint si leccò le labbra, pregustando il sapore del successo. Dopotutto, lui non sbagliava mai: che senso avrebbe avuto, quindi, non sfidare i suoi limiti, non imporsi delle sfide sempre più difficili? Limitarsi a fare il lavoro secondo copione non faceva per lui.

Da qualche minuto a quella parte il vento si era leggermente alzato e Clint ne aveva subito preso nota. Un cambiamento delle correnti, un passo più lungo o più corto, una distrazone improvvisa all'ultimo istante avrebbero potuto disturbare i suoi bersagli, interrompere il ritmo, sfasare tutti i calcoli. Clint era pronto a tutto.

Vide il corridore asciugarsi la fronte con una mano. Il tizio con la barbetta bevve l'ultimo sorso del suo caffè e, con una mezza piroetta, lanciò il bicchiere nel cestino più vicino. Ancora pochi secondi e si sarebbero incrociati esattamente dove Clint stava mirando.

Clint inspirò a fondo, leccò l'aria e, senza esitazione, scoccò le due frecce. La sua risata fu percepita soltanto da un vecchio cane che stava per fare i suoi bisogni sotto l'albero e che, spaventato da quel rumore improvviso, abbaiò all'aria e corse via.

_ _ _


Steve correva nel parco tutti i giorni, dalle sette alle otto, qualunque fosse il clima. Quando quella mattina si era infilato le scarpe da ginnastica ed era uscito dal suo appartamento a malapena si era reso conto del bel tempo; solo, aveva lasciato la giacca a casa.

Steve correva nel parco tutti i giorni perché era facile adattarsi ad una rutine. Era facile sfogare la sua frustrazione facendosi graffiare la faccia dall'aria mentre il suo passo diventava sempre più veloce e si adattava ad un ritmo che portava i suoi polmoni a gonfiarsi fino allo spasmo, fino a bruciare.

Le piastrine tintinnavano sul suo petto e lui strinse le labbra in una linea sottile. Tornare a casa dopo otto mesi in Afghanistan era stato tutto tranne che facile – certo, a lui era andata meglio che a Bucky, che in quell'Inferno aveva lasciato una parte di sé.

"Le cose si aggiusteranno", si sentiva dire. "Ti abituerai di nuovo alla vita da civile". Il fatto era che né lui né Bucky erano mai stati per davvero dei civili. Lui sapeva che avrebbe voluto servire la patria fin da quando riusciva a tornare indietro con la memoria, mentre Bucky, figlio di soldati, era nato e cresciuto in seno all'esercito e non aveva mai conosciuto un'altra vita all'infuori di quella.

Erano stati fortunati, una volta tornati a casa, a incontrare Sam. Sam, soldato come loro, veterano come loro, ferito come loro, era stato capace di mostrare a lui e a Bucky un sentiero – tortuoso, lento, difficile – su cui potessero camminare, un sentiero che avrebbe potuto non portarli a casa, ma aiutarli a costruire una casa in questo mondo che, dopo gli orrori della guerra, sembrava quasi finto.

Steve espirò dal naso e si asciugò il viso sudato con il polso. Da quando aveva messo piede nel parco aveva come la sensazione di essere osservato. Questa mattina il parco era stranamente pieno di gente nonostante l'ora, ma lui era sempre vigile sotto le sopracciglia aggrottate, e anche se la sua corsa procedeva a ritmo costante e serrato teneva sotto controllo tutto ciò che lo circondava – ed era questo, forse, che lo metteva più a disagio. Quelli che percepiva su di sé erano gli occhi vigili di un predatore che si nascondeva nell'ombra, ma non era possibile. Non qui. Non adesso.

Cercò di gettare questi pensieri sul fondo della sua mente etichettandoli come stupide paranoie, e ripetendosi che più tardi avrebbe visto Sam, e avrebbe potuto parlargliene. Sam sarebbe stato in grado di calmarlo, di dirgli che era normale sentire ancora gli occhi nel nemico su di sé, che era solo un'altro di quegli spettri che aveva riportato in patria con sé e che col tempo anche questo sarebbe scomparso.

Steve si accorse vagamente del tizio che, procedendo in senso opposto al suo, lanciò con destrezza il proprio bicchiere di carta nel bidone, ma quando lo incrociò non riuscì a trattenersi dal voltarsi di nuovo per guardarlo, come se una voce nella sua testa gli dicesse che non aveva altra scelta.

Rimase sorpeso nel vedere che anche l'altro uomo si era voltato a guardarlo. Aveva i capelli castani, gli occhi marroni spalancati su un'espressione di soprpresa e meraviglia – e Steve sospettava che la sua faccia, in quel momento non fosse poi tanto dissimile da quella dell'altro.

"Tony?"

Una voce di donna attirò l'attenzione di entrambi e Steve la squadrò per un momento – capelli rossi, completo elegante, sopracciglio inarcato nella loro direzione – prima di tornare a concentrarsi sull'uomo la cui semplice vista gli aveva fatto interrompere senza un minimo di esitazione la sua consolidata rutine mattutina.

"Sì, ci sono."

Ma Tony – doveva essere il suo nome – chiaramente non c'era, o almeno non nel senso in cui la donna avrebbe voluto. Stava ancora fissando Steve con quello sguardo sorpreso, come se il mondo attorno a lui fosse evaporato nell'aria sottile e fossero rimasti soltanto loro due. Steve di certo si sentiva in quel modo, anche se non riusciva a spiegarsi il perché.

"Tony, dobbiamo andare. Hai una riunione tra un'ora."

Tony sbatté le palpebre e facendo apparentemente uno sforzo immane si voltò a guardare le altre due persone che camminavano insieme a lui. "Sai cosa Pep? Oggi mi prendo la giornata. RImanda tutti i miei appuntamenti a data da destinarsi."

Steve sbatté le palpebre. La donna sbuffò. "Tony..." Il tono della sua voce sembrava molto più rassegnato che confuso.

"Giornata presa, non ritornerò sulla mia decisione. Vi chiamo più tardi."

"Sicuro, Capo?"

"Sicuro."

La donna tentò di opporre una simbolica resistenza, ma dopo aver strappato a Tony la promessa che non avrebbe fatto niente di stupido e che li avrebbe chiamati il prima possibile se ne andò parlottando con l'altro uomo, lasciando Steve da solo con lui.

Quando Steve si voltò nuovamente nella sua direzione, Tony lo stava squadrando da capo a piedi con un sorriso irreale stampato in faccia. I loro sguardi si incrociarono e Steve istintivamente gli porse la mano.

"Steve Rogers," disse, e quando strinse la mano dell'altro nella sua sentì un fremito corrergli lungo tutta la colonna vertebrale.

"Tony Stark?" Disse l'altro con una risata, e Steve si diede mentalmente dello stupido. Come avesse fatto a non riconoscere quel viso che, da quando era tornato negli Stati Uniti, aveva visto praticamente sulle copertine e sulle prime pagine di ogni giornale che gli fosse capitato sott'occhio era un mistero.

"So chi è lei, ovviamente, signor Stark," disse, sentendo le guance avvampare leggermente. Tony sorrise, un sorriso tutto fossette che scopriva i denti e faceva sentire Steve leggero come se stesse camminando sull'ovatta. Il che suonava francamente ridicolo.

"Afghanistan?" chiese Tony, la voce bassa, e Steve abbassò gli occhi sulle piastrine che gli dondolavano sul petto.

"Afghanistan," confermò, sentendosi serrare la mascella. "Quando mi hanno spedito a casa avevo il grado di Capitano."

Tony annuì e si infilò le mani nelle tasche. "Dev'essere dura abituarsi alle cose qui, Capitano Rogers."

"Steve, per favore, signor Stark."

Tony fece di nuovo quel suo sorriso che gli faceva brillare gli occhi e Steve pensò distrattamente che avrebbe sempre voluto vederlo sorridere. "A patto che tu mi chiami Tony, Steve."

Steve riuscì in qualche modo a fare un sorriso che non lo facesse sembrae un perfetto idiota. "Okay. Uhm. Tony."

"Così può andare." Tony fece per fare un passo nella sua direzione, poi parve ripensarci e oscillò sui talloni, le mani affondate nelle tasche fino ai gomiti. "Credo di aver interrotto la tua corsa mattutina?"

Steve lanciò un'occhiata al parco che lo circondava, al percorso che faceva tutte le mattine per svuotare la mente e sentire il cuore battergli violentemente nel petto – esattamente come lo sentiva ora, fermo lì com'era sulla sponda del laghetto insieme a quella persona che sembrava attrarlo in modi che nemmeno lui sapeva spiegarsi.

"Non importa," disse di getto e Tony sorrise di nuovo.

"Vuoi un caffè? Penso di volerti offrire un caffè, se non hai altro da fare."

Steve pensò a Sam e Bucky e alla sua rutine che lo teneva ancorato al mondo. "Mando un messaggio ad una persona, e poi possiamo andare a prendere quel caffè," disse, gli occhi sempre su Tony mentre digitava un messaggio di scuse a Sam, che quella mattina le cose sarebbero andate un po' diversamente dal solito.

E senza aggiungere altro i due si incamminarono, questa volta con lo stesso passo e nella stessa direzione.

_ _ _


Appolliato sul suo ramo a godersi il frutto del suo lavoro con un sorriso soddisfatto in faccia, Clint non si accorse di una figura che gli era apparsa alle spalle soltanto finché non sentì la punta acuminata e scarlatta di una freccia pungergli il posteriore.

"Auch!" Gridò e si voltò di scatto per vedere un altro Cupido – lei preferiva Kate – guardarlo con un sopracciglio inarcato e le braccia incrociate. Clint prese la freccia che lei gl iaveva tirato e se la mise nella propria faretra. Così. Per indispettirla.

"Cosa?"

Kate sbuffò. "Che stai facendo?"

"Lavoro."

"No, stai facendo lo scemo. È quasi San Valentino, e abbiamo una tabella di marcia da rispettare."

Clint si alzò in piedi e allargò le braccia ad indicare il parco che lo circondava. "Che palle con queste tabelle di marcia. Che senso ha fare questo lavoro se non ci si può divertire un po'?"

Kate incoccò una freccia al suo arco e istintivamente Clint si mise sulla difensiva, ma quando lei liberò la corda era evidente che stesse mirando ad una rossa in giacca di pelle che subito dopo incontrò lo sguardo di un uomo dal viso pallido che teneva tra le mani un libro di fisica delle particelle.

Una seconda freccia di Kate colpì l'uomo alla spalla prima che Clint potesse dire una sola parola. Okay. Forse i migliori arcieri della guarnigione erano due, tutto sommato.

Quando i loro sguardi si incrociarono, Kate aveva le labbra stirare in un ghigno. "Scommetto che riesco a far innamorare più gente di te."

Clint prese una freccia e l'incoccò al suo arco. "Ne dubito, ragazzina."

Kate rise. "Al via. Tempo, due ore. Il perdente paga da bere."

Clint rise. "Affare fatto."

"E allora... via!"
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