mapi_littleowl: (Gundam Wing - Heero)
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NON BETATA.

I mocciosi stavano facendo un gran casino; Levi strizzò gli occhi nell'alzare il capo, a parte a causa del sole, ma soprattutto in segno di stizza nei confronti dei giovani soldati che, abbandonate armi e mantelle a terra si erano avventurati nell'immenso specchio d'acqua burrascoso che si estendeva fino a perdita d'occhio.
Un'increspatura spumosa si sollevò oltre la testa di Connie e lui e Sasha finirono a gambe all'aria nell'acqua da cui riemersero fradici e sputacchianti davanti al resto della compagnia che li additava e rideva, coprendoli di spruzzi. Bambini.
Levi si passò la lingua asciutta sulle labbra secche, che si piegarono in una smorfia di disgusto. Sale ovunque; nell'acqua, nella terra, sulla pelle, e per quanto facesse non riusciva a lavarlo via. Sembrava dovesse perseguitarlo in ogni respiro che tirava.
Distolse lo sguardo dal patetico spettacolo che stavano dando i suoi sottoposti e incidentalmente incrociò quello di Hange. Levi si coprì gli occhi con la mano e inarcò entrambe le sopracciglia; sembrava impazzita, con la giacca che le lasciava scoperte le spalle lentigginose e i capelli legati sulla nuca che schizzavano in ogni direzione. Quando lei incrociò il suo sguardo, sorrise e prese ad agitare la mano in aria.
"Leevi!" Cantilenò, attirando l'attenzione del gruppo di soldati che le stavano attorno. Ora tutti lo stavano fissando, con quelle facce rosse e sorridenti, i denti bianchi, le labbra screpolate.
"Vieni qui! Abbiamo trovato una creatura davvero sen-sa-zio-na-le! Secondo me è commestibile. Dacci il tuo parere."
Levi sbuffò e si allentò la cravatta. Per quanta aria potesse tirare, lui continuava a morire di caldo; la fronte gli era diventata viscosa al tatto solo per essere rimasto sotto il sole.
"No," le rispose, il tono di voce abbastanza alto per raggiungerla, ma non abbastanza per sovrastare il chiasso. Aveva la bocca impastata. "Me ne vado. Dai tu un occhio ai miei?"
Hange si mise una mano tra i capelli e rise. "Sei terribile! Perché invece non ti unisci a loro?" La sua risata divenne ancora più ampia di fronte alla sua muta espressione di sdegno, tanto che una cadetta in maniche di camicia dovette darle alcuni colpi sulla schiena per aiutarla a respirare.
Levi si voltò, sollevando come poteva gli stivali dal pantano di sabbia fitta e bianca. Sentì la voce di Hange raggiungerlo nel tentativo di richiamarlo ma lui si era già allontanato abbastanza per fingere di non averla sentita.
Un duecento metri, e il pantano ritornava ed essere terra vera e solida su cui camminare. Il loro campo era poco distante e lui vi si diresse a passo sostenuto, dando però un occhio alle sentinelle poste sugli strani alberi dalle foglie che sembravano innumerevoli dita su mani ossute e deformi. Tutti erano al loro posto.
Compiaciuto, entrò nelle palizzate che avevano erto attorno al campo; superò alcune tende e si fermò davanti all'ingresso del fortino, una costruzione quadrata che sormontava il campo da un lieve pendio naturale del terreno. Levi sì passò di nuovo la lingua sulle labbra e di nuovo espresse il suo disgusto con una smorfia. Nel buio della stanzetta, qualcuno rise. Levi si stropicciò gli occhi che, abituati alla luce accecante del sole, non riuscivano a delineare le forme nell'ombra.
"Erwin?"
"Sono qui."
Levi fece qualche passo avanti. L'assenza di luce non era accompagnata da una frescura sufficiente a farlo respirare meglio; per di più, sale e sabbia permeavano l'aria, solleticandogli il naso.
"Cosa fai chiuso in questo buco?"
"Mi cercavi?"
Levi sentì lo scricchiolio di una sedia. Erwin si era alzato e aveva spostato una leggere nube di polvere nel muoversi nella sua direzione.
"Sta dove sei, maledizione."
Levi sbatté le palpebre e a tentoni si mosse sulla sinistra, lungo la parete; una sottile lama di luce gli indicava dove era stata scavata una finestrella nei tronchi, e rimosse il paraluce con un gesto. La stanzetta fu rischiarata in un istante; quando Levi si voltò verso il lato opposto, vide Erwin che si copriva il viso con la mano.
"Che facevi qui al buio? Dormivi o cagavi?"
Erwin si lasciò sfuggire una risatina morbida. "Non dovrebbe essere difficile stabilirlo."
Levi guardò la sedia appoggiata alla parete e, poco più in là, un catasto usato a mo' di scrivania dove erano impilati dei fogli di carta trattenuti con un sasso e una candela completamente estinta che doveva aver offerto ben poca luce. Un libro era abbandonato a faccia in giù sul pavimento.
"C'è talmente tanta puzza in questo posto che non si può dire."
Erwin si era avvicinato. Nonostante tra tutti fosse stato quello che aveva passato minor tempo all'esterno del campo, anche i suoi vestiti odoravano di sale.
"Devo dedurre che non ti piaccia molto, qui?"
Levi soppesò la domanda. In fin dei conti non c'era una risposta sbagliata e il tono di Erwin era più colloquiale che inquisitorio; tuttavia, non si poteva mai dire con lui.
"Ci bastano quegli stupidi marmocchi, a esaltarsi per tutto. Facciamo quello che dobbiamo fare, e basta."
Erwin si radrizzò la camicia stropicciata, la manica vuota che ondeggiava ad ogni suo movimento. Levi osservava la stoffa bianca agitarsi senza vita accanto a quel corpo imponente; dopo mesi era quasi arrivato ad abituarsi.
"Se non erro, Armin ed Eren erano particolarmente interessati a raggiungere il mare." La parola gli era uscita dalle labbra tentativamente, come se la stesse testando, assaggiando. Per Levi continuava ad avere un sapore terribile. "Non è vero?" Insisté Erwin, e Levi si strinse nelle spalle, l'eco di un ricordo che si affacciava nella sua mente. Doveva averli sentiti parlare di una cosa del genere, tempo prima.
"Una cosa del genere."
"L'essere riusciti ad arrivare qui non può che rappresentare un'ennesima vittoria per l'umanità."
Levi storse la bocca. "Non vedo come."
Erwin era vicinissimo. Nel fascio di luce, appariva ancora più biondo in contrasto con la pelle leggermente abbronzata. Gli occhi blu spiccavano con violenza sul suo viso, penetranti sotto le folte sopracciglia. "Per cominciare, una simile risorsa d'acqua potrebbe evitarci il doverla razionare costantemente, e permetterci di distribuirla a chiunque."
Levi non trattenne un verso simile a un conato. "Non berrei quello schifo nemmeno se ne andasse della mia vita!" Era successo una volta, appena erano arrivati. Hange l'aveva attratto nell'acqua, facendo leva sulla sua latente curiosità, e lui era finito con la testa di sotto, la bocca aperta in quella pozza salata e putrida, a guardare in faccia un disgustoso pesce tondo. Da quella volta non si era più avvicinato alla linea che separava la terra dall'acqua.
Erwin sospirò, forse nascondendo una risata. "Hange sostiene di poter ideare un sistema di filtraggio o purificazione. Dice di poterla rendere bevibile, come quella dei fiumi."
"Hange sostiene un sacco di cose, non tutte realisticamente praticabili."
"Ho fiducia in lei."
Levi esitò un momento. "Mi fiderò del tuo giudizio, allora. Come al solito."
La mano di Erwin si posò, casualmente, contro il suo braccio. Il contatto era tiepido, gradevole. Levi chiuse gli occhi; forse avrebbe dovuto ritirarsi, ma non ne aveva esattamente voglia. "Devi essere al settimo cielo, mh?"
"Sotto quale aspetto?" chiese Erwin.
"Non solo la Legione Esplorativa ha il favore della regina e del popolo; adesso ti ritrovi anche a guidare missioni dove nessuno rischia seriamente la vita, se non per stupidità o disattenzione."
Erwin sorrise apertamente. "Sì. Sono cambiate tante cose. Ora serviamo il vero scopo per cui la Legione è stata creata: esplorare il territorio oltre le mura. Tutte le mura immaginabili si sgretolano ogni scoperta che facciamo."
Levi gli tirò una gomitata nel fianco non protetto dall'arto che gli era rimasto. "Ma smettila. Come se te ne fregasse qualcosa."
"Non capisco cosa intendi."
"Non fare giochetti con me. L'unica cosa che ti sia mai interessata era scoprire la verità sui Titani. Lo so. Il resto è venuto da sé."
Erwin sorrise, quasi con indulgenza. "Sono cambiate tante cose," ripeté, sovrappensiero.
Dopo un attimo di silenzio, Erwin parlò di nuovo: "Per quello che mi hai chiesto: ragionavo di questo, prima."
"Che ti ho chiesto?"
"Se stessi dormendo o facendo altro. Ragionavo."
"Come tuo solito."
"Ci sono potenzialità infinite in questo mondo. Dopotutto combattere per l'umanità è qualcosa di veramente ammirevole." Il suo sguardo cadde sul pavimento e un attimo dopo si era scostato da Levi e si era chinato a raccogliere il tomo da terra. Gli diede uno scossone, per liberarlo dalla polvere e poi, con deferenza, lo posò sulla scrivania improvvisata, accanto alla candela spenta.
"Me l'ha prestato Armin. Questo era un libro eretico, dentro le Mura. Apparteneva a suo nonno."
Che Erwin vedesse in Arlert un riflesso di se stesso, non era una sorpresa. Levi poteva capirlo. Quando le circostanze lo avevano richiesto, Arlert si era dimostrato all'altezza del loro comandante. Un giorno, forse, se lo avesse voluto - se ce ne fosse stato bisogno - avrebbe preso le redini della Legione e tutti lo avrebbero seguito.
Levi si strinse nelle spalle. "Non siamo più nelle mura."
"No, infatti."
"E non siamo più minacciati dai Titani."
"Se ancora ne fossero rimasti, avremmo comunque i mezzi per guarirli."
"A volte fa strano. Tutto qui."
Erwin annuì. "Anche a me."
Era tornato vicino. Sotto il fetore salmastro che emanava, come ogni altra cosa attorno a loro, a Levi parve quasi di sentire quello, autentico, della sua pelle, del bucato pulito. Doveva essere un gioco della sua mente. La rievocazione di un ricordo.
Levi si avvicinò a sua volta. "Pensi che dovrei essere contento di star qui, nella polvere e questo caldo appiccicoso?"
La mano di Erwin gli accarezzò l'avambraccio. "Penso che il nostro essere qui sia qualcosa di sensazionale. Una scoperta - be', una riscoperta - che potrebbe rovesciare il destino dell'umanità."
La sua voce, più che le sue parole, fece scorrere un brivido tiepido lungo la sua colonna vertebrale. Erano così vicini che nessun granello di sabbia poteva passare tra loro.
"Vieni giù," ordinò Levi, e Erwin obbedì. La sua bocca era calda, screpolata, salata. Levi gli passò un braccio attorno alle spalle, stringendosi a lui; erano disgustosi, coperti di sabbia fine, con i vestiti umidi e appiccicosi, il sudore che scivolava dalle loro fronti alla punta del naso.
Levi si allontanò per prendere aria. Erwin gli teneva saldamente i fianchi, il naso affondato nei suoi capelli.
"Non so come tu faccia a profumare sempre di buono."
"Stronzate. Puzzo come te. È uno schifo."
Erwin sorrise contro il suo scalpo e gli baciò la testa. "Ce ne andremo presto, promesso.
"Non trattarmi come se fossi un moccioso."
"Lasciamo ai giovani il tempo di godersi il fatto che hanno finalmente realizzato i loro sogni per cui tanto hanno lottato."
Levi sollevò il viso per incrociare lo sguardo di Erwin. "Ti stai ammorbidendo, lo sai?"
"Forse. Ma non è una brutta sensazione."
Levi si leccò le labbra; il solito saporaccio gli invase le narici ma, in fondo, riusciva quasi a sentire la presenza di Erwin, il suo odore pieno e familiare, benvoluto come lo sarebbe stato quello di una tazza di tè pregiato.
"No," mormorò, affondando il viso contro il suo petto. "Non è una brutta sensazione." Dopo un momento, aggiunse: "Spero solo che il prossimo posto che scopriremo sia meno schifoso di questo."
Erwin rise. "Ti prometto che lo sarà. E se ti piacerà, potrai stabilirtici. Potrai andare dove vuoi."
Levi ridacchiò. "Anche questo è un bel cambiamento," mormorò. Il pensiero del tè gli aveva portato alla fantasia l'immagine di un locale, scaffali pieni di infusi speziati, tavolini rotondi dove il chiacchiericcio era accompagnato dal tintinnio delle tazzine. Ed Erwin, lo sguardo indulgente, che si lasciava insegnare come preparare il tè nel migliore dei modi.
Se avesse potuto avvicinarsi a quella realtà, Levi avrebbe sopportato anche il mare e la sua puzza nauseabonda.
Di questo era certo.

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