mapi_littleowl: (Gundam Wing - Heero)
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Il sole era caldo, quella mattina, il cielo terso. Le previsioni davano bel tempo per il resto della settimana, e l'aria era spazzata da un venticello frizzante che mitigava le temperature.

Nami, nell'uscire di casa, mise l'ombrello in borsa.

Attraversò il selciato a passo deciso sui tacchi vertiginosi, gli occhi incollati sul cellulare. Un dito smaltato fece scorrere le conversazioni di Whatsapp senza prestarci veramente attenzione mentre si dirigeva alla fermata del bus – Usopp aveva preso la mania di mandarle stupide immagini di animali ridicoli e catene che lei non avrebbe mai inoltrato.

Quando arrivò alla fermata, deserta, si sedette su una delle seggioline di plastica che scricchiolò sotto il suo peso. Arrivata in fondo alla schermata, sentì una familiare fitta allo stomaco e un qualcosa di caldo propagarsi per la pancia. Vivi aveva sempre la stessa foto di profilo, con i capelli raccolti sulla nuca e le labbra sorridenti sotto i grandi occhiali da sole e l'ultimo messaggio, di quattro giorni fa, era un cuoricino che lei le aveva mandato. Nami ancora non aveva risposto.

Il bus si fermò davanti alla fermata con uno stridio di freni e Nami infilò il telefono nella borsa, estraendone l'abbonamento, che mostrò alla conducente, una vecchia signora dall'aria poco salubre che le restituì un sorriso smagliante. Il mezzo era semideserto, se non per un tizio col cappello di finta pelliccia che se ne stava sul fondo con le braccia incrociate; Nami gli diede una rapida occhiata e scelse un posto a metà del bus, accanto al campanello per chiamare la sua destinazione.

Tre fermate, pensò, e le si accartocciò lo stomaco. Alla sensazione aggrottò le sopracciglia ed estrasse di nuovo il telefono. La fitta allo stomaco si fece più forte, e lei stirò la schiena, facendo lunghi respiri. Un'immagine le si affacciò alla mente – un mezzo pesante, un guidatore distratto, il rumore assordante di ferraglia che sbatteva contro altra ferraglia.

Alla prima fermata salì una ragazza dai lunghi capelli color pesca e Nami si soffermò a guardarla per scacciare l'immagine dalla sua mente. Un rombo immaginario riecheggiò tra le sue orecchie e Nami si alzò, irrequieta, stirò le gambe. Il panorama fuori dai finestrini sporchi era dorato e familiare. Infilò il telefono in borsa senza guardare le notifiche e, alla seconda fermata, scese di corsa, incurante dello sguardo perplesso di un passeggero che era salito a prendere il suo posto.

Nami, senza fiato e scossa da un brivido, si appoggiò contro il palo della fermata, gli occhi chiusi. L'immagine non era ancora sparita dalla sua mente quando lei alzò lo sguardo verso la strada e, con orrore, vide un tir apparire da una strada secondaria. Urlò, ma non c'era nessuno ad ascoltarla, e quando il mezzo si schiantò con violenza contro la fiancata del bus la sua voce non era che un sussurro in confronto alla baraonda di esplosioni e fuoco e Nami, aggrappata al palo, scivolò a terra, la bocca spalancata e le lacrime agli occhi.

Forse svenne. Quando una mano le afferrò il braccio, chiedendole se stesse bene con voce concitata, Nami annuì e, distrattamente, si accorse che stava piovendo.

*

La pioggia batteva contro le finestre dell'ospedale. Nami, seduta su una seggiola nella sala d'attesa del pronto soccorso, aspettava, il dito che tracciava il profilo del suo tatuaggio attraverso la maglietta. Le avevano messo dei cerotti sul viso e sulle ginocchia e lei si era tirata su i capelli umidi, come se potesse aiutare a farla sentire più a posto, meno sconquassata. Aveva chiesto notizie sugli altri passeggeri, ma nessuno era tornato con risposte certe. Dentro di sé, Nami sentiva che sarebbe potuta andare molto peggio.

Il telefono vibrò nella sua mano. Era un messaggio di Nojiko. "Sto arrivando". Ripose il cellulare nella borsa e tornò a concentrarsi sul suo tatuaggio. Era l'unica cosa che al momento riuscisse a farla sentire calma. Le immagini dell'incidente continuavano a riaffacciarsi nella sua mente – il bus che procedeva dritto per la sua strada, il tir che sbucava dall'angolo, l'impatto; poi, il rumore assordante, il fumo e il buio che precedeva il suono delle sirene e la voce del paramedico che le chiedeva se stesse bene, se fosse cosciente, quale fosse il suo nome.

L'avevano portata in ospedale più per scrupolo che per altro: lei stava bene.

Le porte a vetri del pronto soccorso si aprirono e Nami sollevò lo sguardo. Sorrise, quando vide la sorella, i capelli lunghi che le ricadevano sulle spalle, i vestiti che portava quando lavorava da casa. Onestamente, Nojiko sembrava più scossa di lei.

"Ciao," mormorò e Nojiko l'abbracciò, accarezzandole i capelli.

"Dio Santo, Nami, ero terrorizzata."

"Lo so."

"Ma che è successo? Come stai? Perché non sei dentro?"

"Sto bene," mormorò contro la spalla della sorella, stringendola a sua volta. "Sto bene, mi sono fatta solo qualche graffio."

"Ma che è successo?" ripeté e Nami chiuse gli occhi, allontanando leggermente da sé la sorella.

"Ascolta, non mi va di stare qui. Voglio tornare a casa."

Nojiko esitò un secondo e poi si alzò, l'espressione greve sul viso. "Certo, andiamo," disse e le porse una mano che Nami accettò più per farla contenta che per vero bisogno di un supporto. Arrivate alle porte a vetri, Nojiko prese il proprio ombrello che aveva lasciato nel portaombrelli all'ingresso.

"Piove," disse, stringendosi nelle spalle a mo' di scusa.

"Lo so." Nami strinse la sua borsa al petto e quando uscirono si appoggiò contro la sorella.

La macchina non era molto distante e il viaggio verso casa, che si trovava dall'altro lato della città, fu per lo più silenzioso, interrotto solo dal rumore della pioggia sul parabrezza e del tergicristalli. Nojiko tentò, un paio di volte, di iniziare una conversazione, ma Nami restava testardamente muta, il capo chino e lo sguardo che andava di quando in quando a posarsi sul manto della strada macchiato di pozzanghere.

Nojiko parcheggiò sul vialetto e prese l'ombrello dal sedile posteriore. "Stai lì, vengo a prenderti."

Nami non si oppose e solo quando Nojiko le aprì la portiera si mosse. Scese dalla macchina con movimenti meccanici, le braccia incrociate e si infilò sotto l'ombrello, lasciandosi scortare verso la porta di casa. I tacchi vertiginosi delle sue scarpe schiamazzavano sul terreno bagnato e le parve che perfino la porta scricchiolasse un po' quando si aprì.

Nami entrò in casa a testa bassa, abbandonò la borsa sul pavimento dell'ingresso e, mentre Nojiko chiudeva la porta, si dileguò verso il bagno.

Nami affondò nell'acqua bollente della vasca, gli occhi chiusi, la mente che cercava invano di ricacciare indietro le immagini dei due mezzi che si scontravano nel centro della strada. Del rombo. Le fiamme. Si portò le gambe al petto, il mento che accarezzava il pelo dell'acqua.

Nojiko entrò dalla porta dopo aver bussato lievemente e Nami nemmeno sollevò la testa. Sua sorella rimase a guardarla per un momento e poi le si avvicinò, sedendosi sul bordo della vasca, le gambe allungate davanti a sé.

"Allora. Puoi dirmi che è successo?"

Nami affondò il viso nell'acqua e poi gettò il capo all'indietro, sull'asciugamano che aveva appoggiato dietro alle spalle. "C'è stato un incidente."

"Questo lo so. Voglio sapere tu come stai."

Nami si strinse nelle spalle. "È una cosa strana."

"Lo so, dev'essere stato orrendo."

"Non è quello"

Nojiko le appoggiò una mano calda sulla fronte e Nami la lasciò fare, troppo stanca per opporsi. "Io l'ho visto, Nojiko."

Nojiko annuì. "Sì. E probabilmente le immagini ti ritorneranno nella mente ma…"

"No, non capisci." Nami si sollevò, l'acqua strabordò leggermente dalla vasca. "Non l'ho visto mentre stava succedendo."

"Allora?"

"L'ho visto prima che succedesse."

"Che intendi dire?"

Nami inspirò a fondo. "Ricordi che diceva Bellemere-san, sulle mie intuizioni? Che avevo un dono?"

"Sì, ma cosa c'entra…"

"Credo che avesse ragione, Nojiko. Credo davvero di avere un dono."

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