mapi_littleowl: (dazaya)
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Se nella sua vita c'erano stati degli sbagli, perfino Tony riusciva a capire che erano cominciati molto più a monte di lui.
Da suo padre, per esempio, che non vedeva o non voleva vedere come stavano le cose, che l'aveva mandato in un collegio di soli Alfa perché un suo figlio non poteva essere niente di diverso – niente di meno – ma anche dopo tutti questi anni il solo pensare questa parola continuava a fare male.
Oppure da sua madre, che sapeva, che aveva capito, ma che non diceva una parola, dolce e protettiva nel suo modo di comportarsi con lui come ogni genitore Beta con il figlio Omega, ma mai abbastanza presente per fargli capire che non c'era niente che non andava, mai abbastanza forte da rivoltarsi contro suo marito e dirgli che avrebbe dovuto amare suo figlio a prescindere, che il suo sesso non era una ostacolo insormontabile a meno che loro non fossero stati i primi a farglielo credere.
Poi era arrivato l'incedente e dopo l'incidente era arrivato Obie e Obie era… Be'. Obie era il genitore che lui non aveva mai avuto. Ricordava ancora il calore della sua mano premuta sulla sua spalla – sempre la spalla, mai il collo, perché Obie era un suo amico, Obie era la famiglia, Obie non era un Alfa che esercitava un controllo su di lui, Tony doveva sentirsi libero con Obie – mentre gli stava sussurrando: «Dillo a tutti. Dillo sempre. Non vergognarti mai di quello che sei, non è una A o una O sulla tua carta di identità a determinare cosa sei e quello che riuscirai a ottenere dalla vita.»
Tony si era sentito leggero come non mai allora, e gli ci erano voluti tre mesi in una cava in Afghanistan e una mano gelata che gli strappava dal petto l'unico cuore che lo teneva in vita per fargli capire che in realtà quel calore sulla sua spalla era sempre stato una prigione più forte delle catene.
Ma lui si era rialzato e ci aveva sbattuto la testa più forte che avesse potuto, sfondando tutti i muri che gli si erano parati davanti, perché lui era fatto così – un Omega, sì, ma che non aveva mai imparato a comportarsi come tale, come tutti si aspettavano che avrebbe dovuto; suo padre, che vedeva in un figlio Omega qualcuno che non avrebbe potuto portare avanti il lavoro di una vita; sua madre; perfino Obie, che pensava di poterlo controllare e che si era risolto ad ucciderlo perché Tony aveva saputo essere troppo testardo, troppo indipendente, troppo libero.
No. Lui non era completamente innocente, ma gli sbagli erano cominciati molto prima che lui potesse anche solo capire cosa stesse succedendo, e qualcosa gli diceva che nonostante tutto – Iron Man, gli Avengers, le invenzioni che uscivano dalle Stark Industries e di cui lui era l'artefice – ci sarebbe sempre stato qualcuno che non sarebbe riuscito a pensare a Tony Stark senza aggiungere immancabilmente Omega.
E l'idiota che gli stava parlando in quel preciso momento apparteneva di sicuro a quella categoria.
«Lo so che in fondo tu vuoi essere rimesso in riga, io li conosco quelli come te. Hanno solo bisogno della spinta giusta, non so se mi spiego.»
Tony ingurgitò tutto il suo drink in un sorso solo per mascherare lo sbuffo che gli stava spuntando sulle labbra. Il tizio che si era seduto accanto a lui al bancone del bar era un Alfa in tutto e per tutto – e quello non era decisamente un complimento – a partire dal taglio marziale dei suoi capelli castani fino alla punta delle sue scarpe eleganti .
Stava rivolto verso Tony con le spalle sollevate e il petto in fuori, in una perfetta posa da Alfa dominante a cui Tony avrebbe dovuto rispondere chinando il capo in una perfetta posa da Omega sottomesso, ma era tardi, il gala era di una noia mortale e il tizio non gli piaceva nemmeno quel tanto che bastava per fare anche solo finta di dargli una chance.
«Me l'immagino,» rispose Tony, voltandosi a guardarlo con un sopracciglio inarcato e la bocca piegata in una smorfia. «E m'immagino anche che tu pensi di avere una remota possibilità di darmi una spinta ad un certo punto, no?»
L'uomo si fece ancora più avanti. Aveva un odore pungente e penetrante, feromoni misti a costosa acqua di colonia, un mix che avrebbe dovuto farlo capitolare sulle ginocchia nel giro di mezzo minuto, e in effetti l'odore non era proprio niente male. Il problema era che chi lo portava era chiaramente un imbecille e Tony era troppo testardo per soccombere davanti a un imbecille.
«Io scommetto che ti piacerebbe.»
«Ne dubito.»
«Tony?»
Lui e l'Alfa si voltarono immediatamente in direzione della nuova voce e Tony si ritrovò suo malgrado a farsi scappare un sospiro di sollievo e un mezzo sorriso.
«Steve. Sì. Bene. Era ora, ti stavo aspettando,» disse scattando in piedi e avvicinandosi all'altro Alfa senza voltarsi indietro. Sinceramente, non gli ci sarebbe voluto molto per liberarsi di quell'altro per conto suo e senza dover muovere un dito, ma perfino lui si rendeva conto che ai fini della buona riuscita della serata – una raccolta fondi per garantire l'istruzione e i vaccini ai bambini del quarto mondo, qualcosa che sua madre avrebbe grandemente approvato – evitare crisi isteriche di Alfa rifiutati in malo modo era la migliore politica da seguire.
Quindi tenne la bocca chiusa quando vide Steve gonfiare il petto come un galletto in una posa che aveva visto decine di volte nei locali, quando un Alfa riusciva a portarsi a casa l'Omega più carino o carina della festa (che generalmente era Tony), alla faccia di tutti gli altri, anche se si premurò di tirare a Steve una leggera gomitata nel fianco appena furono spariti dal campo visivo di quell'altro.
«Abbassa la cresta, Rogers. Non hai vinto niente.»
Steve sorrise. «No? E io che ero convinto che venendoti a salvare tu mi dovessi un favore.»
«Primo, tu non mi hai salvato. Quello non era una minaccia più di quanto non lo sia tu e, secondo, non ti devo niente, dato che quello che hai fatto era al fine di mantenere l'ordine pubblico, cosa che fai praticamente anche nel sonno. O verrai a dirmi che chiedi qualcosa in cambio anche ai vecchietti Omega che aiuti ad attraversare la strada?»
Steve rise e scosse il capo. Non rispose, ma in quel punto di fermò, allungando una mano intorno alla vita dell'altro e posandogliela sul fianco, trattenendolo lì dov'era. Tony si irrigidì immediatamente.
«Che fai, tocchi?»
«Se pensi di poter ballare un lento senza toccarci, fammelo sapere.»
Tony inarcò le sopracciglia e si guardò intorno, osservando un certo numero di coppie oscillare pigramente attorno a loro a ritmo di una musica che non si era nemmeno accorto fosse cominciata. Sbuffò aria dal naso per evitare di mettersi a ridere. «Qualcuno ti ha detto che avremmo ballato? No, perché a me non risulta di averti detto che avremmo ballato.»
Steve annuì. «Più che giusto. Tony, vuoi farmi l'onore di questo ballo?»
Tony fece schioccare la lingua. «Tu hai idea di quanto suoni anni quaranta in questo preciso momento?»
«Sì o no?»
«Okay. Ma solo per il tuo ego. E perché hai evitato una scenata. E perché non ho di meglio da fare al momento.»
Steve lo strinse a sé un po' di più e gli prese la mano nella propria, cominciando a muoversi lentamente a ritmo della musica. «Il mio ego ringrazia.»
«Ah ah.»
Steve ballava più o meno decentemente, abbastanza da non attirare l'attenzione, ma se anche avesse passato tutto il tempo a pestargli i piedi probabilmente Tony se ne sarebbe accorto solo di sfuggita. In quel momento Steve aveva un odore davvero eccezionale. Era un odore di sapone e abiti appena ritirati dalla tintoria mischiato ad un qualcosa di più profondo, di più intrinseco, abbastanza forte da far girare la testa. Tony si leccò le labbra e mancò il passo, facendo sì che Steve oscillasse troppo verso sinistra, il suo piede ad un millimetro dalla punta della sua scarpa.
«Scusa,» disse, lievemente rosso in viso, e Tony scosse il capo.
«Niente.»
Rimasero in silenzio, a dondolare l'uno stretto all'altro – forse un po' troppo stretti – mentre la musica riempiva la stanza e le orecchie, accompagnata dallo sfarfallio delle luci che si riflettevano sui cristalli e sui gioielli. Tony serrò la mascella e irrigidì le spalle, trattenendosi con tutte le sue forze per non posare il viso sulla spalla di Steve. Sarebbe stato un po' troppo.
«Mi dispiace,» disse Steve dopo un momento, strappandolo dai suoi pensieri.
Tony incrociò il suo sguardo. «Per cosa? Adesso non hai sbagliato niente.»
Steve scrollò le spalle. «Non per quello. Per l'Alfa di prima. È stato... inadeguato.»
Tony inarcò un sopracciglio. «Sul serio?»
«Be', sì. Ha detto delle cose --»
«No, dicevo, sul serio ti metti a scusarti per la battute di qualche idiota? Non so se hai letto i giornali di recente, ma non sono così delicato.»
Steve fece uno strano sorriso e Tony sentì le sue viscere fremere per un lungo istante. «Lo so che non lo sei.» Era un impressione di Tony o Steve lo stava stringendo di più, da un momento a questa parte? «Ma so anche che gli Alfa non hanno il senso della misura. Apparentemente ancora nessuno ritiene opportuno insegnare loro che niente è loro dovuto solo perché sono quello che sono.»
La sua voce era diventata leggermente aspra e la sua mano si era irrigidita, stringendo la sua con forza, ma non era questo che aveva catturato l'attenzione di Tony.
«Gli Alfa non hanno il senso della misura? Ma non dirmelo. Parli per esperienza personale?»
Il fastidio di Steve parve sciogliersi come neve al sole e i suoi occhi baluginarono un momento, tornando da qualche parte indietro nel suo passato e un sorriso poco convinto gli increspò le labbra. «Più o meno. Ma non come pensi tu.»
Tony spostò la mano che teneva appoggiata alla sua spalla sul suo petto, allontanandolo abbastanza per catturare tutta la sua attenzione. «Spiega. Adesso.»
Steve strinse le labbra in una linea sottile e poi scrollò le spalle con una risatina. «Okay. Allora. Tu sai che prima del siero non ero esattamente... insomma.»
«Eri magrolino, malaticcio, triste e patetico, sì, ho visto le foto, continua.»
Steve fece una smorfia, ma continuò. «Più o meno. Be', diciamo che per tutti era molto più facile convincersi che io fossi un Beta o un Omega, all'epoca. Specie intorno alla pubertà.» Tony annuì. «Quindi tendevano tutti a trattarmi come tale, e non sempre era piacevole. Soprattutto perché il più delle volte se ne uscivano con frasi, come dire. Inopportune.»
Tony sbatté le palpebre un paio di volte, cercando di immaginarsi Steve prima del siero, fragile e asmatico ma animato dallo stesso fuoco che ardeva anche adesso nel suo sguardo, costretto ad ascoltare qualcuno di più grande e di più forte sputargli in faccia frasi imbarazzanti e offensive mentre lo torreggiava con i cinque e passa centimetri che sicuramente aveva in più di lui, convinto di avere il diritto di farlo solamente perché nessuno gli aveva mai detto il contrario.
Tony annuì. Tutta quella storia puzzava di già sentito a un chilometro di distanza. «Già.»
L'espressione di Steve si ammorbidì e gli diede una rapida strizzata con il braccio. «Andiamo. Ti ho appena fatto una rivelazione scottante. Dove sono le domande imbarazzanti e i commenti fuori luogo?»
«Volevo risparmiare il tuo povero ego, dato che capisco che ne ha passate tante.»
Steve rise. «D'accordo allora. Grazie.»
«Ripensandoci,» proruppe Tony stringendosi leggermente nelle spalle, «sono curioso. Qual è la cosa più imbarazzante che ti hanno detto?»
Steve sollevò gli occhi verso il soffitto, ma contrariamente a quanto pensava Tony non fece nulla per cambiare argomento, anzi. Sembrava star riflettendo seriamente sulla questione e alla fine disse: «Francamente non me lo ricordo. È stato tempo fa.»
«Andiamo,» insisté Tony, ridendo. «Non può essere così imbarazzante.»
«Non è quello,» si difese Steve. «È che proprio non ricordo.»
«Okay,» gli disse Tony con una scrollata di spalle. «Allora non la peggiore. Una delle peggiori. O no. Va bene tutto.»
«Lo userai per ricattarmi, vero?»
«Giuro su Iron Man, no.»
Steve rise. «Okay. Okay, vediamo. Dunque, c'erano le frasi di rito, come ad esempio "Quelli come te dovrebbero stare al loro posto" o, "Ti insegno io come ci si comporta davanti ad un Alfa" oppure ancora, "Ora farai quello che ti dirò e te lo farai piacere"...»
Tony arricciò il naso divertito, sia dalle frasi in sé che dalle imitazioni grottesche che Steve faceva degli altri Alfa. «Questa l'avrò sentita almeno un mezzo milione di volte.» Scosse il capo. «Sul serio, spiegami come fate a pensare che sia una frase sexy da dire.»
Steve si strinse nelle spalle. «Non lo so. Magari detta dalla persona giusta ha un altro suono.»
«Dubito,» ribatté Tony con una smorfia. «Ma continua.»
Steve si passò la lingua sul labbro inferiore mentre rifletteva e poi annuì tra sé e sé. «Oh, sì, c'è stata quella volta in cui un'Alfa ha cercato di farmi mettere in ginocchio, perché sosteneva che le avessi risposto male.»
«Ah ah.»
«Io non l'ho fatto, ovviamente, e di tutta risposta lei mi ha spaccato il labbro.»
Tony gli fece un sorriso. «Ovviamente. Figurati se il Grande Alfa d'America si mette in ginocchio per qualcuno.»
«Stupido,» ribatté Steve pizzicandogli il fianco. «Certo che sono un Alfa, ma non è per quello che non ho voluto inginocchiarmi.»
«E allora perché?»
Steve esitò un momento. «Io credo... Okay, io credo, e guai a te se ridi o mi dici che sono troppo all'antica, che certe cose vadano meritate. L'obbedienza, la sottomissione, devi dimostrare di essere in grado di meritartele, prima di pretendere di ottenerle. Ecco perché non mi sono inginocchiato. Ecco perché nessuno dovrebbe inginocchiarsi di fronte al primo spaccone che lo vuole, piccolo o grande che sia.»
Steve esalò un lungo respiro e poi si costrinse a sorridere e ad emettere una risatina. «Scusa. Mi sono lasciato trasportare.»
Tony lo stava guardando fisso, gli occhi spalancati e la bocca socchiusa, chiedendosi come fosse possibile sentirsi così persi ed esaltati al tempo stesso soltanto grazie al suono della sua voce. Non era solo quello che diceva, era come lo diceva, così appassionato, così convinto di ogni parola che gli usciva dalle labbra che Tony per un momento si trovò a sperare che non smettesse di parlare.
Dio, non aveva mai voluto un Alfa quanto voleva Steve in questo momento.
No. Cancellalo. Non l'aveva pensato. Non l'aveva pensato nel modo più assoluto.
«È un modo interessante di vedere le cose,» disse infine e segretamente ringraziò la fine della musica che era arrivata con l'ultimo esalarsi della sua voce. Steve allentò la presa su di lui quanto bastava perché Tony potesse sgusciare via senza una parola, andandosi a riparare al bancone del bar in compagnia di un paio di drink. Per cominciare.

*

Una settimana e l'ennesimo tentativo fallito di invasione aliena dopo, Steve si ritrovava a chiedersi cosa avesse fatto di male perché Tony avesse preso ad ignorarlo quasi completamente.
In missione Iron Man era efficiente come e quasi più del solito, ma una volta sparita l'armatura Tony smetteva completamente di parlargli e spariva nel suo laboratorio anche per giornate intere, ignorando ogni tentativo di Steve di entrare in contatto con lui – e non si sarebbe preoccupato troppo se avesse pensato che era soltanto Tony che si comportava da Tony, troppo preso dal suo lavoro per occuparsi anche di se stesso, ma aveva visto più di una volta lui e Bruce o Natasha parlare nel soggiorno comune o Tony che insegnava a Thor come usare il nuovissimo elettrodomestico per la cucina senza il quale apparentemente non potevano vivere.
No. Questo riguardava Steve, solo Steve. E più ci pensava più si convinceva che era accaduto qualcosa durante il gala, una settimana prima; dopotutto era da quel momento, da quando Tony se n'era andato dalla festa senza una parola che i loro rapporti parevano essersi raffreddati.
Steve si lasciò scivolare sul divano del salone e gettò la testa all'indietro, quasi dimenticando la televisione accesa davanti a lui. Era stata tutta colpa sua. Forse alla festa non avrebbe dovuto intromettersi nella conversazione di Tony, forse non avrebbe dovuto costringerlo a ballare con lui.
Possibile che Tony si fosse sentito costretto o a disagio? Certo, Tony era un Omega – uno di quelli che in tempo di guerra preghi che restino al tuo fianco il più possibile, esattamente come lo era sua madre, forte e indipendente e in grado di prendere da sola le sue decisioni e combattere le sue battaglie – e lui un Alfa, ma erano amici. Lo erano diventati, alla fine, anche se forse un po' a fatica, e Steve credeva di essere arrivato d un punto in cui meritava qualcosa di più del trattamento del silenzio.
Si era alzato in piedi nel bel mezzo dei suoi pensieri e quasi senza accorgersene si era diretto all'ascensore, il dito premuto con forza sul pulsante.
«Jarvis?» chiamò, il naso all'insù, quando fu entrato nella cabina. «Dov'è Tony?»
«In questo momento il signor Stark non vuole essere disturbato.»
Steve sbuffò e fece un passo fuori dall'ascensore, e fu in quel momento che lo sentì. Non era forte o intenso o penetrante. Era più la promessa di un odore, l'ombra di una sensazione, ma in quel momento era abbastanza. Steve sentì un familiare formicolio alla nuca e la sua erezione cominciare a cresce, e senza sapere nemmeno perché o dove cominciò a correre, seguito dalla voce di Jarvis che gli urlava qualcosa che lui non voleva sentire.
Di solito Steve era in grado di controllarsi meglio, ma forse a causa del suo cattivo umore, o del fatto che non aveva avuto un Omega da mesi (e l'unico che lui voleva aveva temporaneamente smesso di parlargli) continuò a correre per le scale, salendo piano dopo piano senza neanche capire dove stesse andando, fino a che non si trovò davanti ad una porta che quasi prese a spallate per entrare, troppo attratto da quell'odore leggero che aleggiava nell'aria per fermarsi a riflettere su cosa diavolo stesse facendo.
E poi lo vide. E capì. E si diede mille volte dell'idiota per non essersi fermato prima.
Tony era in piedi davanti a lui, gli occhi spalancati e leggermente lucidi, il respiro irregolare. Steve rimase sulla porta un lungo istante e poi fece un passo indietro, mettendo più distanza possibile tra loro due e cercando di non occhieggiare il letto immenso che troneggiava nella stanza.
«Scusa,» disse, sollevando una mano in un segno di resa che fosse il più rassicurante possibile. «Non so cosa mi sia preso. Non succederà più. Mi dispiace. Me ne vado.»
Tony stava entrando in calore. Adesso. Lì. Era ancora all'inizio, non abbastanza perso da non riuscire più nemmeno a stare in piedi o ragionare, ma il suo odore diventava più forte di secondo in secondo e se Steve fosse rimasto avrebbe fatto sicuramente qualcosa di cui si sarebbe pentito.
«No,» disse Tony, una mano sollevata alla gola dove stava tormentando il collo apparentemente troppo stretto della sua maglietta.
«No?» Ripeté Steve e Tony annuì.
«No. Resta.»
Steve aprì la bocca per parlare più di una volta senza che nemmeno un filo d'aria gli uscisse dai polmoni. «No. Tu sei in calore. Non sai cosa stai dicendo. Tu non vuoi che resti.»
Tony si fece avanti di un passo, la mascella serrata. «È cominciato cinque minuti fa Steve, sto bene e so cosa sto dicendo. Voglio che resti.»
Quelle parole sembrarono scorrergli sotto la pelle e confluire nel suo basso ventre, andando ad alimentare l'inopportuna eccitazione che tra un po' si sarebbe vista chiaramente dalla stoffa dei suoi pantaloni. Anche lui voleva restare, più di ogni altra cosa, ma voleva anche non arrivare ad approfittarsi di un suo amico nel momento in cui era più vulnerabile.
«Hai detto a Jarvis che volevi restare solo.»
«Questo prima che tu irrompessi nella mia stanza.»
«Appunto,» disse Steve, aggrappato disperatamente alla porta. «Appunto. Sono arrivato qui senza il tuo permesso e ora me ne vado. Ti lascio solo, in modo che tu gestisca la cosa al meglio. Se vuoi che ti mandi qualcuno...»
Tony quasi si mise a ridere. «Fammi capire, se adesso ti dicessi che voglio, che ne so, Natasha o Thor tu andresti subito a chiamarli, ma secondo te sono troppo fuori di testa per volere che tu resti? Parliamo di controsensi.»
Steve si leccò le labbra, cercando di ignorare quell'odore profondo e avvolgente che gli faceva pensare soltanto ad un corpo caldo e fremente e supplicante sotto il suo. «Io ora sono qui. E sono un Alfa. E forse tu pensi che sia una buona idea, ma non lo è. Ti giuro Tony che non lo è. Saresti tu il primo a pentirsene.»
Tony sbuffò, mettendosi a sedere sul letto con le gambe divaricate e il mento sollevato per poter continuare a guardare Steve negli occhi. «Se ti dicessi di andare a chiamarmi Thor e gli chiedessi di mandarmi te riuscirei a convincerti?»
«Tony.»
«Io ti voglio,» disse, con tutta la sicurezza di questo mondo. I suoi occhi erano già velati, il suo viso sudato e la sua erezione che già cominciava a intravedersi sotto i jeans. «Ti voglio,» ripeté. «Tu mi vuoi?»
«Dio. .» Non aveva intenzione di lasciarselo scappare in quel modo, ma in quel momento gli era così difficile controllare qualunque cosa che mentire non gli sarebbe stato possibile nel modo più assoluto.
Vide lo sguardo di Tony illuminarsi tutto a un tratto, come se si fosse aspettato una risposta negativa, come se pensasse che in fondo Steve avrebbe davvero preferito andarsene anche trovandoselo in quelle condizioni. Tony sollevò una mano nella sua direzione e disse solo: «Allora vieni a prendermi.»
Steve si chiuse la porta alle spalle e poi, senza esitazione, si lanciò verso di lui.
Tony si lasciò cadere sul copriletto quando Steve si stese su di lui, schiacciandolo piano con il suo peso mentre gli copriva la bocca con la propria, facendo affondare la lingua tra le sue labbra. Tony glielo lasciò fare, schiudendo i denti per dargli più accesso e venendogli in contro con la propria, mentre gli portava le mani sulla schiena e poi gli faceva scorrere le dita tra i capelli corti, tastandogli lo scalpo, le spalle squadrate e poi più giù, la schiena inarcata sotto le sue dita.
Steve gli leccò la bocca, assaggiando il suo sapore caldo e inebriante e poi si sollevò un poco, quanto bastava perché ci fosse un filo d'aria che passasse tra loro due.
«Sul cuscino,» ordinò e con sua sorpresa Tony non ci mise un secondo a scattare. Si tolse le scarpe tirandosele via con la punta dei piedi e poi rimbalzò sul materasso, andandosi a stendere sui cuscini mentre Steve si toglieva la maglietta che aveva indosso e tornava poi verso di lui, gli occhi negli occhi, come a frugare il suo sguardo alla ricerca di un dubbio, di un ripensamento, di qualcosa che gli dicesse che Tony si era pentito di quello che gli aveva detto.
Non lo vide. Tony era lì, steso sul letto supino con le ginocchia sollevate e divaricate, le braccia abbandonate ai lati del viso e la gola esposta, vulnerabile, il ritratto perfetto della sottomissione. Steve si leccò le labbra quando le sue stesse parole gli tornarono alla mente: L'obbedienza, la sottomissione, devi dimostrare di essere in grado di meritartele, prima di pretendere di ottenerle. In tutta onestà lui non era minimamente sicuro di meritarsele, in questo momento.
«Steve?»
Lui sollevò il capo che non si era reso conto di aver abbassato e gattonò verso di lui, bloccandogli i polsi con entrambe le sue mani prima di sistemarsi tra le sue gambe e scendere a baciarlo di nuovo. «Va tutto bene,» disse, scandendo le parole tra un bacio e l'altro. «Tutto benissimo. Dio, sei perfetto.»
Tony gemette nella sua bocca, lottando per un secondo per liberare le braccia ma poi desistette, si lasciò andare e chiuse gli occhi, lasciando che gli ansiti sgorgassero come un fiume in piena mentre Steve scendeva a baciargli la gola, lottando contro il suo istinto che gli diceva di mordere e succhiare e lasciare un segno visibile del suo passaggio – di reclamarlo lì e adesso, di farlo suo di modo che tutti gli altri potessero vederlo.
Gli leccò la gola e salì nuovamente verso il pizzetto, concedendosi di lasciare una leggera scia di morsi per tutta la mandibola e quando arrivò nei pressi dell'orecchio sentì Tony scuotere il capo e si fermò per osservarlo in viso.
«Andiamo, Steve,» disse lui, inarcandosi contro il suo corpo che lo sovrastava. «Facciamolo e basta. Facciamolo adesso. Ne ho bisogno.»
Steve esitò un momento e poi annuì, facendo scivolare le mani verso il basso, tra le sue cosce calde. Tony era eccitato, esattamente come lui si aspettava, ed era anche già straordinariamente bagnato, tanto che riusciva a sentirlo attraverso i jeans. Per un momento si chiese se davvero era cominciato tutto circa dieci minuti prima, ma poi Tony si lasciò scappare un gemito e il resto scivolò in secondo piano.
Steve gli tolse insieme i pantaloni e biancheria ottenendo in risposta un altro gemito e poi si abbassò la zip, infilando una mano nelle proprie mutande per tirare fuori il suo membro già perfettamente eretto. Tony lo guardava, scrutando ogni suo movimento e Steve vide i suoi occhi farsi assurdamente grandi e la sua lingua che scivolava sul suo labbro inferiore.
«Posso farlo,» disse Tony e Steve tornò tra le sue gambe, chinandosi per dargli un bacio.
«Cosa vuoi, Tony? Cosa ti serve?»
«Tutto,» rispose lui, scuotendo appena la testa. «Dio, Steve, dammelo. In qualunque modo, ma dammelo
Steve ricacciò indietro un suono che sapeva essere indegno e chiuse gli occhi, riprendendo fiato. Ora che aveva cominciato non poteva tirarsi indietro. Tony stava appena cominciando ad entrare nel vivo del calore e lui lo sentiva, lo sentiva benissimo, perché quell'odore avrebbe fatto impazzire chiunque ed era un miracolo che lui ancora riuscisse a fare ragionamenti più complessi di prendilo!
«Okay,» disse Steve, allungando una mano dietro alla sua nuca e posando le dita sul suo collo, mantenendolo fermo. «Okay. Vuoi succhiarmelo, Tony?»
Tony stava annuendo ancora prima che Steve finisse la domanda, e Steve si scansò di lato, togliendosi velocemente i pantaloni con una mano mentre con l'altra premeva perché Tony si sollevasse. Steve si mise seduto contro la testiera del letto e sistemò Tony davanti a lui, sulle ginocchia, e questi lo guardò per un lungo momento prima di abbassare la testa verso il suo inguine.
Steve sentì la sua lingua accarezzarlo, prima tentativamente e poi, quando lui non lo fermò, con più decisione, dalla punta alla base, capace in qualche modo di trovare tutti i punti più sensibili, quelli che facevano fremere Steve da capo a piedi.
«Bene,» disse Steve, intrecciandogli le dita nei capelli scuri e leggermente umidi e Tony chiuse gli occhi, prendendo a leccarlo più velocemente, scivolando sotto per accarezzargli i testicoli con la punta della lingua. Steve gemette forte e gli strinse con più forza i capelli, sollevandogli il viso. «Molto bene,» ripeté, cercando di infondere nella sua voce tutta la sua approvazione, «bravo. Ora prendilo, Tony. Prendilo in bocca. Coraggio.»
Tony si sollevò, si leccò le labbra e, prima ancora che Steve potesse rendersene conto, l'aveva ingoiato quasi completamente, quasi fino alla base, fin dove la sua bocca gli permetteva di arrivare. Steve sentì l'impulso di piegarsi in due per l'eccitazione ma lo trattenne, lasciando Tony libero di muoversi and un ritmo che andasse bene per entrambi.
Non che Steve non avesse avuto sentore che Tony fosse bravo a letto, ma essere lì e sentirlo sulla propria pelle era tutta un'altra cosa. Riusciva quasi a sentire il sangue defluirgli dal cervello mentre il suo membro affondava nella sua bocca stretta e calda e maledettamente accogliente.
Tony muoveva la testa su e giù ad un ritmo quasi folle, come se tutto quello che gli interessava fosse di far venire Steve il prima possibile e, in effetti, non era del tutto falso. Nella sua mente ormai appannata quasi completamente dal bisogno e dalla voglia sapeva solamente che Steve era lì, e per farlo rimanere doveva dargli un valido motivo – una sorta di tacito accordo per cui se lui gli avesse dato quello che voleva Steve avrebbe dato a Tony quello di cui aveva bisogno. Quindi continuò a muoversi, sempre più velocemente, incurante delle sue labbra ormai rosse e gonfie che scivolavano sulla carne bollente.
I gemiti di Steve riempivano la stanza e non gli ci volle molto prima di venire, giusto il tempo di costringere Tony a lasciarlo ma non abbastanza in fretta per evitare che il suo seme gli finisse sul viso. Tony lo guardò un momento e poi, senza dire nulla, si passò un dito sulla guancia, raccogliendo una goccia di sperma prima di portarselo alle labbra.
Steve lo afferrò per le spalle e lo fece stendere nuovamente sotto di sé, coprendogli la bocca con la propria in un bacio che lasciò entrambi senza fiato.
Tony riprese fiato con grandi e profondi respiri, guardandolo con gli occhi ben aperti mentre Steve afferrava la propria maglietta e con un lembo gli ripuliva il viso dagli ultimi residui. Quando ebbe finito Tony si agitò sotto di lui, le mani premute contro il suo petto e Steve si diede mentalmente dell'idiota.
Tony non era ancora venuto. Tony, che tra i due era quello tra i due era quello ad aver più bisogno, non era ancora venuto. Steve doveva essere l'Alfa peggiore di sempre. Con un sospiro gli sollevò le braccia oltre la testa e con un movimento fluido gli tolse la maglietta e poi si chinò per baciarlo, posandogli una mano sotto il reattore ARC, in un punto dove riusciva a sentir battere il suo cuore.
«Ora ci penso io a te,» disse, cercando di essere il più rassicurante possibile e Tony annuì, aggrappandosi alle sue spalle.
«Prendimi, Steve,» disse, inarcando il bacino verso l'alto, contro di lui. «Ho bisogno che tu lo faccia. Ho davvero, davvero bisogno che tu lo faccia, Steve. Prendimi. Prendimi adesso. Ti prego, Steve, fallo, ti voglio, ho bisogno ti te.»
Steve chiuse gli occhi, lasciando che quelle suppliche che suonavano così stonate nella voce dell'altro gli scivolassero sotto la pelle e fluissero verso il basso, ad alimentare l'eccitazione che già cominciava a crescere nuovamente – tolta la presenza di un Omega in calore, che era comunque un grandioso incentivo, a volte gli effetti del siero si rivelavano utili anche fuori dalla battaglia.
Steve annuì e fece scivolare una mano verso il basso, tra le gambe dell'altro, e strinse l'eccitazione di Tony tra le dita con fermezza, cominciando a muoversi lentamente su e giù, in un movimento che non l'avrebbe portato all'appagamento ma forse l'avrebbe distratto abbastanza perché Steve fosse di nuovo pronto.
«Bene così,» disse, mentre portava l'altra mano ancora più in basso, verso la sua apertura. Quando infilò il primo dito la resistenza era ormai quasi nulla. Tony si inarcò verso di lui e Steve penetrò più in profondità dopo aver aggiunto un secondo dito, affondando nel suo calore bagnato tanto da sentire la testa che girava.
«Sei pronto, Tony? Sei pronto per me?»
Tony annuì, il labbro inferiore stretto tra i denti e Steve si chinò brevemente per baciarlo prima di scivolare fuori con le dita e tendersi verso il comodino. Tony fremette quando lui si allontanò e gli afferrò l'avambraccio con entrambe le mani, trattenendolo.
«Cosa?»
Steve gli fece un sorriso. «Stai tranquillo, non me ne vado.» Vide Tony rilassarsi. «Devo solo prendere un preservativo. È nel cassetto, no?»
Tony aggrottò le sopracciglia e scosse il capo vigorosamente. «Lascia. Prendo la pillola. E sono sotto soppressori. Non esiste che possa succedere qualcosa.»
Steve lasciò che l'idea tentasse di prendere la meglio su di lui ma poi la cacciò via, accarezzando brevemente il viso dell'altro. «No. Non ho intenzione di rischiare.»
Tony sembrava sul punto di controbattere ma tornò a stendersi sui cuscini, forse perché la voce di Steve aveva sortito l'effetto sperato o perché aveva capito che protrarre la questione per le lunghe non gli avrebbe fatto ottenere ciò che voleva – a Steve non interessava. Frugò velocemente nei cassetti e trovò nel secondo quello che cercava, strappando la custodia con i denti prima di infilarselo con un movimento veloce e un breve gemito di fastidio.
Tony lo stava fissando e non appena Steve fu pronto Tony esalò un sospiro e aprì di più le gambe, lasciando che l'altro si sistemasse tra le sue cosce, esattamente dove lui lo voleva.
Steve gli sollevò le gambe e, dopo aver scacciato il pensiero che questa era la prima volta che si trovava a letto con lui, spinse in avanti, ancora di più, affondando dentro di lui fin quasi in fondo, per tutta la sua lunghezza, avvolto e accolto da un calore bruciante che lo stringeva e lo tratteneva, facendogli quasi perdere il controllo.
Tony gemette, inarcandosi immediatamente verso di lui, sollevando il bacino ancora di più per dare a Steve un angolo migliore e questi cominciò a spingere, via via sempre più velocemente, dentro e fuori, fuori e dentro, gemiti che somigliavano a ringhi che gli nascevano tra i denti mentre Tony quasi urlava, steso sotto di lui con gli occhi fissi nei suoi. Steve si chinò a baciarlo, l'aria intrappolata tra le loro labbra, e prese a toccarlo a sua volta, cercando di mantenere il ritmo con le sue spinte, e Tony non ci mise troppo a venire.
Esplose con un rantolo, la testa gettata all'indietro, e Steve continuò a muoversi dentro di lui, affondando e ritraendosi velocemente, mentre Tony sollevava le faccia verso di lui e con uno sbuffo di fiato gli chiedeva: «Fallo. Per favore, Steve, legati a me. Vieni e legati a me. Ti prego.»
Steve chiuse gli occhi, ma questa volta non rispose. Non poteva. Se avesse avuto meno autocontrollo forse si sarebbe sbarazzato del preservativo e l'avrebbe fatto davvero, si sarebbe piantato dentro di lui e l'avrebbe reclamato, legandosi a lui con ogni pulsante fibra del suo essere, ma non poteva. Non adesso.
Tony gli aveva detto di restare e lui era restato, ma non avrebbe fatto un passo così importante in un momento in cui Tony avrebbe detto di tutto pur di farlo restare lì nel letto insieme a lui, anche qualcosa di cui si sarebbe poi pentito.
Steve riprese a spingere con forza e dopo una manciata di momenti venne a sua volta, svuotandosi con un grugnito soddisfatto. Steve rimase immobile un momento e poi annuì, mentre Tony si stendeva completamente sui cuscini, gli occhi chiusi e il respiro regolare.
Steve sapeva che non sarebbe durato a lungo, il calore si sarebbe ripresentato tra poco, forse ancora più forte di adesso, ma per il momento aveva il tempo di liberarsi del preservativo usato e forse scappare velocemente in cucina per prendere qualcosa da mangiare per sé e per Tony.
Si voltò in direzione del letto e, alla fine, sorrise con un sospiro. Non sapeva perché, ma qualcosa gli diceva che i prossimi giorni sarebbero stati decisamente complicati.

*

Quasi tre giorni. Sessantotto maledettissime ore di calore, vissute praticamente fino all'ultimo. Tony si stese contro lo schienale della sedia del suo laboratorio e si stiracchiò, allungando le braccia sopra la sua testa. Dio, se odiava il calore.
Non tanto per la parte in cui era costantemente arrapato – anche se era irritante da morire avere il solo chiodo fisso di farsi scopare da qualunque essere vivente o oggetto inanimato si trovasse nei paraggi. Il motivo per cui odiava il calore era perché lo privava di ogni inibizione, lo spogliava della patina di autocontrollo che aveva costruito e continuava a costruirsi addosso ogni giorno pur di sopravvivere in quel cavolo di mondo in cui si trovava.
Sbuffò, passandosi una mano sul viso e diede una pigra occhiata ai monitor che aveva davanti agli occhi e sui quali stava portando avanti una cosa come quattro progetti contemporaneamente per recuperare il tempo perso negli ultimi tre giorni.
«Signor Stark, se lo desidera, posso procedere e inviare i risultati al reparto di Ricerca e Sviluppo.»
Tony si raddrizzò tutto ad un tratto e dopo aver lanciato una rapida occhiata al monitor di mezzo annuì. «Procedi. Io intanto,» aggiunse, alzandosi per stiracchiarsi le gambe, «salgo a prendermi un caffè. Poi ci occupiamo delle migliorie per l'armatura e quelle dannate frecce per Barton.»
Detto questo si voltò e si avviò verso l'ascensore, superando le porte a vetri del suo laboratorio e salì verso il piano della cucina, chiedendosi se Jarvis gli avrebbe fatto trovare la macchina del caffè già in funzione per lui.
Quando entrò in cucina la macchina era effettivamente in funzione, ma non per opera di Jarvis. A usarla era Steve.
Tony rimase immobile sulla porta, le spalle rigide, e quando lo vide anche Steve assunse la medesima posizione. Tony sbuffò. Era ridicolo; avevano solo fatto del cavolo di sesso, non aveva senso essere così impacciati, soprattutto considerando la situazione in cui l'avevano fatto: era la natura che faceva il suo corso, niente di drammatico o particolarmente straordinario.
Tony prese fiato, prima di parlare. «Cap,» disse, facendo un cenno verso la macchina. «Quando hai finito con quella, ho bisogno di caffeina per continuare a funzionare.»
Steve sbatté le palpebre e poi prese in mano la tazza, porgendola automaticamente in direzione di Tony il quale sollevò i palmi in segno di resa. «Ehi, non porterei mai via il caffè a un altro. Tutto il resto volendo sì, ma mai il caffè.»
Steve gli fece un sorriso mezzo imbarazzato e si strinse nelle spalle, senza ritirare la mano: «In realtà il caffè era per te. Avevo pensato di portartelo giù io.»
Tony aprì la bocca per parlare ma non gli uscì neanche una delle parole che gli erano venute in mente. Si limitò a biascicare un: «Grazie,» e a prendere la tazza dalla mano di Steve, il quale esitò un momento, facendo sfiorare le sue dita con quelle dell'altro.
«Speravo tu avessi un minuto. Per parlare.»
Tony si irrigidì. No, non ho tempo, mi spiace, sono in ritardissimo sulla tabella di marcia e devo scappare di sotto. Bene. Addio. Avrebbe voluto dirlo. Avrebbe voluto dirlo con tutto il cuore ma la sua bocca traditrice invece disse: «Va bene. Parliamo.»
Steve sorrise e gli fece strada verso il salone che in quel momento era deserto e si sedettero sul divano, abbastanza vicini da poter parlare senza alzare la voce ma abbastanza lontani da non rischiare di toccarsi se non lo avessero voluto.
Tony posò la tazza sul tavolino di cristallo dopo aver bevuto un lungo sorso di caffè e poi si voltò verso Steve, che stava seduto voltato in avanti, i gomiti appoggiati sulle ginocchia e le dita giunte sotto il mento. Si schiarì la voce un paio di volte, fino a che Steve non si voltò a guardarlo.
«Allora?» chiese, sforzandosi di suonare il meno petulante possibile.
Steve deglutì. «Stai bene? Sai, dopo--»
Tony annuì. «Favolosamente bene, sì. Tutto a posto, tutto passato, pronto a tornare sul campo.» Esitò un momento. «Tutto qui?»
Steve scosse il capo. «Sì. No. Io...» Sospirò. «Non so da dove cominciare.»
Tony si strinse nelle spalle e poi si appoggiò contro lo schienale del divano. «Mi dicono che partire dall'inizio di solito funzioni. Tanto per cominciare, di cosa vuoi parlare?»
«Di quello che è successo gli scorsi giorni,» disse a voce bassa, ma non abbastanza perché Tony non sentisse.
«Oh.»
«È solo che... Volevo sapere se ti fossi pentito. Sai. Di avermi chiesto di restare.»
Tony prese a contrarre le dita della mano nervosamente e spostò lo sguardo altrove, ovunque non fosse Steve. Se era pentito. Tony si leccò le labbra. Se avesse detto di sì, sarebbe finito tutto; Steve gli avrebbe quasi sicuramente dato il suo spazio, lui avrebbe fatto finta di riprendersi da qualunque shock Steve riteneva si fosse trovato e poi sarebbe tornato tutto alla normalità. Più o meno.
Se avesse detto di no... Be'. Se avesse detto di no, tutto sarebbe potuto cambiare. Lanciò un'occhiata a Steve, alle sue spalle possenti, ai grandi occhi azzurri che lo guardavano ricolmi di apprensione mal celata mentre la sua mente tornava indietro a tutti i momenti in cui si era ritrovato a pensare che se mai avesse scelto di trovarsi un Alfa con cui legarsi, questo sarebbe dovuto essere Steve Rogers.
«No,» sussurrò, scuotendo il capo per sottolineare le sue parole. «Non sono pentito. Tu?»
Lo sguardo di Steve si era illuminato e, istintivamente, si spostò leggermente nella sua direzione, diminuendo la distanza tra loro. «Il primo giorno,» continuò Steve, come se non avesse sentito l'ultima domanda, «mi hai chiesto di legarmi a te. Te lo ricordi?»
Tony trattenne il fiato per un momento. Ormai era davvero troppo tardi per tirarsi indietro, o no? «Mi ricordo.»
«Io però non l'ho fatto.»
«Ricordo anche questo.»
Steve annuì e prese a stropicciarsi le mani, come se quella discussione lo mettesse straordinariamente a disagio. «Lo volevi davvero? Insomma. Volevi davvero che...?»
Tony si strinse nelle spalle. «In quel momento? Sì. Ma in quel momento avrei accettato di tutto a patto che tu restassi lì a scoparmi, quindi.»
In qualche modo Steve si costrinse a fare un sorriso. «Ho capito,» annuì e fece per alzarsi, ma Tony lo richiamò indietro, trattenendolo lì dov'era, la schiena ricurva in avanti.
«Il che non significa che io non lo voglia anche adesso.»
Steve tornò a sedersi, guardandolo dritto in faccia come se in quel modo avesse potuto leggergli fin dentro l'anima. «Davvero? Lo vuoi davvero? Anche adesso?»
Tony si limitò di fare un cenno d'assenso con il capo. «Anche adesso. Tu no?»
Steve annuì a sua volta, allungando entrambe le braccia verso di lui, stringendogli il viso con entrambe le mani. «Sì. Io... sì. Certo che sì.»
Tony liberò il fiato che non si era reso conto di aver trattenuto e sorrise, uno di quei suoi immensi sorrisi che riservava solo agli eventi veramente importanti e agli amici più cari. «Ti devo avvertire, però,» disse, portando la bocca a pochi centimetri da quella di Steve. «Sono un pessimo Omega.»
Steve strofinò la punta del naso contro la sua con una mezza risata. «Ma davvero?»
«Davvero, davvero pessimo.»
«Dimostramelo,» disse, alzandosi improvvisamente e sollevando Tony a sua volta, caricandoselo su una spalla. Tony prese a opporre una simbolica resistenza, ordinandogli di metterlo giù mentre Steve procedeva a passo spedito verso il proprio piano, la propria camera da letto, dove finalmente lasciò andare Tony, facendolo scivolare sul letto.
Tony rise, gettando la testa all'indietro. «Tu sei fuori di testa,» disse, mentre Steve si chinava per lasciargli un rapido bacio sulle labbra.
«Forse,» rispose Steve, raddrizzandosi nuovamente. «Ma se dobbiamo fare questa cosa, dobbiamo farla per bene. Dobbiamo capire se è la scelta giusta.»
Tony inarcò un sopracciglio, ma non riuscì a trattenere una risatina: «Vuoi farlo ancora? Dopo gli ultimi tre giorni pensavo che ne avresti avuto basta di me per un po'.»
Steve scosse il capo e porse una mano a Tony che la prese, lasciando che l'altro lo issasse nuovamente in piedi.
«Se sei un Omega così pessimo così dici, dovrei insegnarti a stare al tuo posto e come comportarti davanti ad un Alfa.»
Tony lo guardò dritto negli occhi e non riuscì a non sorridere davanti alla risata che Steve non riusciva a trattenere dietro alle labbra.
«Ma non mi dire,» disse, cominciando a sentire il suo corpo surriscaldarsi davanti alla promessa che si nascondeva dietro a quelle parole. Quello era Steve. Sempre Steve. E Tony sapeva che quel gioco che si stava dipanando tra di loro era nelle sue mani; se non avesse voluto, gli sarebbe bastato uscire dalla porta e andarsene e Steve glielo avrebbe lasciato fare senza opporre la minima resistenza.
Ecco perché aveva scelto lui.
«Quindi,» continuò Steve, la stessa luce ilare che brillava nel suo sguardo, «ora farai quello che ti dirò e te lo farai piacere. Sì?»
Tony rise, scosse il capo e poi tornò a guardarlo negli occhi, chiedendosi se avesse mai avuto veramente una scelta.
«Non chiedo di meglio,» disse. E scivolare in ginocchio per qualcuno non gli era mai parso così facile.
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